Nel cuore dell’ordinamento costituzionale italiano, laddove si intrecciano responsabilità, affetti e identità, la Corte costituzionale ha depositato un atto di verità: la sentenza n. 68 del 2025 rompe finalmente il silenzio legislativo sull’esistenza dei figli nati da procreazione medicalmente assistita in coppie omogenitoriali femminili. Ma più ancora, rompe una cortina d’ipocrisia sotto cui lo Stato ha lasciato che alcuni bambini fossero giuridicamente orfani di una delle due madri.
La decisione della Consulta segna uno spartiacque. Non nel riconoscimento di un “nuovo diritto”, ma nella riaffermazione energica di diritti fondamentali già scolpiti nella Carta costituzionale e ignorati per colpevole inerzia del legislatore. In gioco non è il desiderio degli adulti, ma la tutela costituzionale del bambino: della sua identità personale (art. 2), del suo diritto a non essere discriminato (art. 3), del suo diritto a due genitori che rispondano dei doveri di educazione, mantenimento e cura (art. 30).
L’articolo 8 della legge 40/2004, nella parte in cui impediva al figlio nato da PMA all’estero il riconoscimento anche da parte della madre intenzionale, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo. Non per uno slancio ideologico, ma perché lesivo dell’interesse del minore a essere, fin dalla nascita, titolare di un’identità giuridica piena, stabile, protetta. La genitorialità non si fonda qui sul dato biologico, ma su un atto volontario, consapevole, condiviso: il consenso prestato alla PMA come assunzione di responsabilità. E il diritto non può fingere di non vederlo.
La Corte è costretta a farsi legislatore di supplenza
La Corte è costretta, ancora una volta, a farsi legislatore di supplenza. Non lo fa per vanità, ma per necessità costituzionale. L’ha detto con fermezza già nella sentenza n. 32 del 2021, che suonava come un monito: “non è più tollerabile il protrarsi dell’inerzia legislativa”. E l’inerzia è proseguita. Nonostante le sollecitazioni giurisprudenziali, le pressioni della società civile, la voce dei sindaci, l’urgenza dei tribunali.
Ora, nel tempo della decisione, la Corte afferma un principio limpido: non esistono figli “secondari”. Tutti i figli, a prescindere dalla forma familiare in cui sono nati, hanno diritto al riconoscimento del loro status. L’art. 315 c.c. lo afferma dal 2012: “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. Non è una promessa. È una norma.
Il silenzio del legislatore ha lasciato spazio all’arbitrio: ufficiali di stato civile che riconoscono o negano, pubblici ministeri che impugnano o tacciono. In mezzo, i bambini. E i legami familiari, anche tra fratelli, sottoposti a instabilità giuridica e a incertezza emotiva. Un figlio riconosciuto da due madri, l’altro solo da una. Un assurdo che nega la realtà stessa della loro origine.
Una vittoria della Costituzione e una sconfitta della politica
Non si invochi qui il principio di riserva legislativa come scudo. Non quando il diritto fondamentale del minore a una identità giuridica piena è calpestato. Non quando l’adozione in casi particolari – oggi lo dice la Corte con lucidità – è strumento tardivo, incerto, reversibile, insufficiente. Una toppa su una lacerazione.
È una vittoria della Costituzione, dunque. Ma anche una sconfitta della politica, che ancora una volta ha preferito la quiete all’assunzione di responsabilità. Eppure, ogni giorno che passa, nella vita di questi bambini pesa.
I diritti non aspettano. I bambini non aspettano. E ora, la Repubblica – tutta – è chiamata a non aspettare più.




