Hormuz, i cacciamine italiani e il senso di una scelta

Nel golfo Persico è in atto un gioco dell’oca con trattative che fanno passi più indietro che avanti. Intanto l’Italia con la sua Marina da un forte segnale anche all’Europa di concretezza politica e prontezza operativa

In un mio recente articolo su questa rivista evidenziavo come lo stallo nelle trattative tra Iran e USA deriva dal fatto che entrambe le parti sono ostaggio della loro stesse propagande: il regime di Teheran, per propria stessa natura esistenziale, necessita di una soluzione che gli consenta, pena il suo dissolvimento, di presentarsi vittorioso al suo popolo e alle formazioni proxy o alleate; Trump è invece costretto a presentare alla sua pubblica opinione, sia su Hormuz che sulla questione nucleare, un risultato concreto, prima della consultazione elettorale mid term, che giustifichi la sua iniziativa nella regione che forse era anche necessaria se Teheran fosse stato effettivamente vicino all’atomica (ipotesi molto plausibile), ma certamente avventata e improvvisata nella preparazione e conduzione, come certamente i vertici militari gli hanno detto, ma ritengo con eccessiva pavidità perché per chi contrasta le decisioni di Trump il posto è a rischio.

Nel frattempo egli, stretto tra la possibilità di un cattivo accordo, come Teheran cerca di imporre, o la necessità di finire il lavoro con tutte le incognite che ciò comporta, si sfoga con gli Alleati europei avendo in gran parte torto, come ho descritto nei miei precedenti interventi, ma tuttavia anche qualche ragione per la loro totale inerzia e incapacità politica, anche solo propositiva, nel fornire un contributo a risolvere una crisi che coinvolge i loro stessi interessi diretti, minacciati anche prima del pasticcio creato da Trump che ha comunque il merito di aver fatto emergere il problema. Il solo estendere il raggio dell’operazione Aspide in atto in Mar Rosso e nel Golfo di Aden per fronteggiare la minaccia huthi, agli accessi del Golfo Persico sarebbe un atto di coraggio politico, utile a rispondere a chi chiede “se ci sei batti un colpo” e a conferire all’Unione un minimo di visibilità. Ma gli stati membri, un tempo stirpe guerriera, stentano perfino ad adottare una soluzione di soft power quale sarebbe quella innocua di precettare le loro navi a tale scopo.

In questo quadro desolante brilla per intuito politico e lungimiranza l’iniziativa del nostro governo, supportata dalla prontezza operativa ed efficienza della nostra Marina, di pianificare ed annunciare l’invio di cacciamine per sminare le acque di Hormuz predisponendone altresì la dislocazione anticipata in area abbastanza prossima a quella dell’eventuale intervento.

L’Italia così dimostra assertività e dinamismo e ottiene ampia visibilità. Ma l’iniziativa è anche molto intelligente in quanto le operazioni di sminamento sono spiccatamente difensive e consentono di rimanere nell’ambito del soft power, non essendo neppure lontanamente ipotizzabile condurre tali attività in un ambiente non permissivo, con le unità navali ferme o a lento moto in prossimità di una costa ostile ove sarebbero estremamente vulnerabili a mezzi offensivi anche rudimentali. Le operazioni potranno quindi iniziare solo dopo che sia stato stabilito un cessate il fuoco e un’intesa credibile tra i contendenti, ma il ritorno politico di immagine e la conseguente rendita è già in atto ora.

A ciò si aggiunge che il naviglio di contromisure mine, di piccole dimensioni e indifeso, necessita della assistenza di una unità di supporto tecnico e logistico e l’intero complesso della protezione di un’unità maggiore a livello cacciatorpediniere o fregata di elevatissime capacità di sorveglianza e di fuoco come quella attualmente impiegata in Aspide che scorterà il gruppo cacciamine anche durante il trasferimento. Ciò di fatto rende l’Italia paese precursore tra i paesi dell’Unione di quella soluzione semplice quanto efficace di estendere Aspide all’Indiano e agli accessi di Hormuz che l’Europa stenta ad adottare con convinzione.

Il trasferimento anticipato a Gibuti discende da una precisa esigenza operativa. I cacciamine infatti sono per intrinseca caratteristica unità lente e di scarsa autonomia. Un trasferimento richiede quindi tempo e tappe per i rifornimenti. Uno è già stato effettuato in Egitto. La destinazione in prontezza a Gibuti sfrutta la lungimirante decisione della Difesa italiana di affittare una base nell’affidabile paese del Corno d’Africa, un tempo Somalia Francese, fin dal 2012 per disporre in tale posizione strategica di una base logistica e operativa con spot elicotteristici, banchine, depositi, ed alloggi per l’appoggio e l’avvicendamento alle forze impegnate in operazioni di antipirateria, ma più in generale di una base in un’area di enorme interesse strategico per il nostro Paese. Feci parte della squadra del MAECI e della Difesa che negoziò l’accordo. E molti paesi, financo la Cina, presero poi analoghe iniziative, imitando il nostro Paese.

La Marina italiana ha una grande tradizione nello sminamento. Nel secondo dopoguerra sminò le nostre acque e quelle del Mediterraneo Centrale da vasti campi minati che circondavano le nostre coste. Nel 1984 operò in Mar Rosso nell’ambito della crisi che allora si verificò. Durante le operazioni per la liberazione del Kuwait nel 1991 i nostri cacciamine operarono nel Golfo Persico realizzando percorsi di sicurezza per il passaggio delle navi, neutralizzando svariati ordigni. A fine anni Novanta intervennero in Adriatico per bonificare le aree ove i velivoli impegnati nelle crisi balcaniche prima di atterrare scaricavano il munizionamento non utilizzato. I cacciamine sono inoltre mezzi con capacità dual use che possono operare anche per individuare relitti e oggetti sommersi anche per scopi forensi, beni archeologici, proteggere i fondali e i cavi sottomarini, ecc.

Negli anni Ottanta il cantiere Intermarine iniziò a realizzare i primi quattro esemplari in vetroresina (classe Lerici di cui ho avuto l’onore e il privilegio di comandare il Vieste appena uscito dal cantiere) cui seguirono gli otto classe Gaeta di dimensioni lievemente maggiori. Questi scafi sostituirono progressivamente gli scafi in legno degli esemplari anni Cinquanta, sono amagnetici, estremamente silenziosi quando operano in propulsione di caccia con i motori elettrici per non attivare le mine a influenza magnetica e/o acustica, mantengono la posizione con estrema precisione e sono dotati di sofisticati sistemi antishock per assorbire gli effetti delle esplosioni. Da sempre l’Italia adotta sonar a profondità variabile (VDS) posizionabili alla profondità più idonea per localizzare gli ordigni. Inoltre la dotazione di veicoli autonomi o filoguidati con i loro sensori permette di identificare con precisione le mine ed eventualmente posare in loro prossimità una carica esplosiva di neutralizzazione o recidere i cavi di quelle ormeggiate (operazioni che un tempo facevano con altissimo rischio operatori subacquei). Ciò consente oggi di operare su fondali a profondità un tempo inimmaginabili e soprattutto di mantenere una certa distanza stand off dagli ordigni. Idealmente la nave dovrebbe riuscire a stare fuori dal campo minato, ma non sempre è possibile e questo genere di operazioni sono quindi sempre ad alto rischio. Ho assistito sulla stampa al proliferare di dati sulla profondità dei fondali in cui è possibile intervenire e sul raggio d’azione dei veicoli/droni subacquei. Mi esimo dall’esprimermi sulla diffusione di questi dati sensibili e diffido a prendere sul serio informazioni spesso pubblicate con leggerezza e prive di affidabilità, invitando a riferirsi solo ai dati ufficiali forniti dalla Marina Militare quando possibile.

Non è certo ove l’Iran abbia posate le mine e di che tipo. L’ipotesi più accreditata è che i campi giacciano fuori dalle acque territoriali a sud della catena di isole che fronteggia la costa persiana in corrispondenza dello stretto e si estendano verso sud fino alla costa omanita. Si ritiene che l’inventario comprenda mine sia ormeggiate che da fondo, sia ad urto che ad influenza, magnetica, acustica o pressoria. Gli analisti tendono ad escludere la presenza di ordigni sofisticati. Personalmente non sono convinto: l’arsenale iraniano ha finora in tutti i campi destato grandi sorprese, non si può poi escludere che Mosca abbia fornito esemplari molto sofisticati e pericolosi. Infatti avanzavo l’ipotesi, nei primi giorni di conflitto, quando quasi nessuno aveva previsto il minimamento di Hormuz, che lo stretto fosse già stato in parte minato preventivamente con campi già predisposti da attivarsi alla necessità.

È fondamentale quindi che sia oggetto di trattativa con gli iraniani l’informazione su dove sono i campi e quali ordigni siano presenti. Sarà comunque un’operazione molto lunga e densa di rischi a ciò si aggiunge che la nave maggiore combattente che fornirà protezione al dispositivo non potrà assicurare una difesa di punto posizionandosi nei pressi del cacciamine per non rischiare essa stessa di entrare nel campo minato. Il defender dovrà esercitare una attentissima sorveglianza e protezione di area stando relativamente lontano. In uno scenario imprevedibile di tregua fragile e di presenza di outsiders capaci di azioni individuali e colpi di mano, il rischio di un lancio anche con mezzi rudimentali e spalleggiabili verso una nave che operi sotto costa, è sempre presente. Tale lancio è individuabile con difficoltà anche con i mezzi sofisticati di una unità di difesa aerea avanzata. La minaccia dunque sarà sempre immanente.

Il motto delle Forze di Dragaggio, creato quando i cacciamine erano di legno recita. “lignea naves, ferrea corda”. La vetroresina ha sostituito il legno, ma il requisito di cuori saldi e di ferro resta intatto. Tutto il dispositivo dispiegato, come tutta la Marina, possiede robuste capacità operative e altissima professionalità. In alto i cuori ragazzi, tutta l’Italia è con voi!

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