Garibaldi e la marchesina diciottenne. La ripudiò un’ora dopo averla sposata

Per anni combatté a carte bollate per l’annullamento. Lo ottenne due anni prima di morire e così poté riconoscere i figli Manlio e Clelia. Una pagina opaca della vita dell’Eroe dei due Mondi, dai contorni mai del tutto chiariti. Gli fu teso un agguato? Fu uno scandalo pilotato? Tutto avvenne tre mesi e mezzo prima della spedizione dei Mille. Una documentazione uscita dagli stampati della Antica Stamperia Trevi

Il 1879 Giuseppe Garibaldi presentò alla Regia Corte di Roma appello contro la sentenza di primo grado che aveva respinto le sue richieste di annullamento del matrimonio contratto “il 24 Gennaio del 1860” con la marchesina comasca Giuseppina Raimondi, di anni 18, mentre egli ne aveva 52.

Garibaldi tramite i suoi legali, che erano nientemeno Pasquale Stanislao Mancini, futuro ministro degli Esteri, e Alessandro Bussolini, si appellava all’articolo 58 del Codice penale austriaco al tempo dei fatti ancora vigente nelle Province lombarde. Che cosa prevedeva questo articolo? L’annullamento del matrimonio nel caso che la sposa al momento delle nozze risultasse già incinta di un altro uomo!

Inoltre Garibaldi ripeteva la richiesta, già respinta in primo grado, che il giudice interrogasse la donna su questa circostanza (il tribunale aveva escluso questo interrogatorio, perché trattavasi di fatti “vituperevoli”).

Questo l’antefatto procedurale.

ll primo foglio del fascicolo del ricorso in appello così recita:

Avanti la Regia Corte d’Appello di Roma

PER

Il Signor Generale GIUSEPPE GARIBALDI, Deputato al Parlamento, domiciliato e residente in Roma, rappresentato dal Signor Avvocato Alessandro Bussolini procuratore, nel cui studio legale (via Muratte 42) per gli effetti di questo giudizio elegge domicilio – appellante

CONTRO

La Signora GIUSEPPINA RAIMONDI del vivente Marchese Giorgio, dimorante in Como, con residenza eletta nello studio legale di Roma del Sign. Avvocato Cav. Eugenio Rossi procuratore, appellante anch’essa adesivamente ed appellata

Con l’intervento del PUBBLICO MINISTERO

_________________

CONCLUSIONALE

Per l’Udienza 10 dicembre 1879

 

Questo il frontespizio del fascicolo giudiziario di questa causa che tenne impegnato l’Eroe dei due Mondi in faccende di tribunali fino a due anni dalla morte. Ma l’incipit di questa vicenda era avvenuto 19 anni prima quando Garibaldi era convolato a nozze il 24 gennaio 1860 – tre mesi e mezzo prima dello sbarco a Marsala– con una fanciulla diciottenne, nata nel 1841, Giuseppina Raimondi, marchesina, figlia naturale del marchese Giorgio Raimondi, che poi la riconobbe e la legittimò.

Senonché, subito dopo il fatidico sì, pronunciato in una cappella della villa Raimondi a Fino, oggi Fino Mornasco, in provincia di Como, uno sconosciuto mise nelle mani del Generale un biglietto: vi era scritto che la fanciulla appena sposata aveva per amante un ufficiale garibaldino (in realtà era dell’esercito regolare; tale Luigi Caroli), e che era già incinta!

Su questo punto le cronache sono discordi. Secondo una differente versione la lettera rivelatrice sarebbe stata lasciata nella camera nuziale. Secondo una terza ipotesi, a tavola un capitàno avrebbe dato a Garibaldi una lettera contenente sempre la stessa rivelazione. Quest’ufficiale poi smentì ma la circostanza fu confermata dallo stesso Garibaldi in una lettera a Crispi.

Le cronache incerte del tempo riferiscono tuttavia che Garibaldi, incredulo e furioso, chiese spiegazioni alla sposina, che, invece di rispondere, scoppiò in pianto. L’Eroe lo prese probabilmente per ammissione; poi le avrebbe gettato il biglietto e si allontanò. Non volle più sapere di questa ragazza. Non la rivide mai più né accettò mai di incontrarla e respinse tutti i tentativi fatti dalla donna di avvicinarlo.

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Materia pruriginosa, e ben poco eroica, questa pagina della vita di Garibaldi

Le cose però non sono così lineari e schematiche come sono poi state raccontate secondo la vulgata che lapidò la marchesina fedifraga e ingannatrice che aveva osato farsi gioco dell’Eroe, e perciò fu oggetto su tutte le gazzette d’Italia di attacchi offensivi e maramaldeschi, trattandosi in fondo di una ragazza indifesa. Della marchesina si poteva dire tutto il male possibile.

Ma del Generale? Già cominciava a prendere piede quello che poi diventò un ritornello nazionale: non si può parlare male di Garibaldi?

In questi attacchi non si tenne conto che alla fine neanche l’eroe dei due Mondi ne usciva limpidamente. Intanto la ragazza era più giovane di lui di 34 anni. Quando Garibaldi la incontrò, e a giudicare da alcuni passaggi delle sue Memorie, rimase folgorato dalla sua bellezza, la marchesina pare fosse già impegnata con l’ufficiale Caroli, più grande di lei solo qualche anno; Garibaldi, che pernottò diverse volte in casa Raimondi come in tanti palazzi d’Italia a giudicare dalle targhe commemorative,  non rimase insensibile al suo fascino; in un primo momento neanche lei, tanto che in una lettera scrisse all’eroe di farla sua; ma poi in altre lettere la marchesina scrisse che se era abbagliata dalla gloria del generale però non provava amore per lui e quindi di sposarlo non ci pensava.

A pensarci però fu il padre, il marchese Giorgio Raimondi, un personaggio che nel ricorso di Garibaldi gli avvocati descrivono come un arrampicatore sociale, che si professava amico dei potenti dell’epoca e perfino dei sovrani. A Raimondi padre, dunque, dovette non sembrare vero di fare il colpaccio spingendo la figlia al matrimonio (tantopiù che il fidanzato che l’avrebbe messa incinta, come da copione, era sparito, e poi morì andando a combattere in difesa dei polacchi). Con queste nozze, Garibaldi diventava suo genero. Raimondi, tra l’altro, brigò per farsi nominare tutore dal pretore urbano di Como, al posto dell’altro tutore regolarmente nominato da un’autorità superiore, l tribunale provinciale, e in quanto tutore garantì il sì della figlia che di per sé non poteva pronunciarlo essendo minorenne (perché minore di 24 anni, che secondo il Codice civile austriaco, era l’età minima per sposarsi).

Giuseppina Raimondi fu dunque una vittima dei tempi, della mania di grandezza del padre e della sua giovinezza. Ma ebbe la “sfortuna” di trovare sulla sua strada Garibaldi, e in qualsiasi vertenza, anche di altro tipo, si fosse imbattuta, lottare contro Garibaldi sarebbe stata una impresa pressoché impossibile.

Anche sulla rivelazione sulla marchesina spifferata con un biglietto anonimo c’è da ridir

Se non la gravidanza, la relazione della ragazza con il giovane ufficiale Caroli era un segreto di Pulcinella, lo sapevano tutti a Fino e dintorni.  Come mai nessuno avvertì il generale? E come mai, quando si diffuse per tutto il territorio, dove Garibaldi era già famosissimo, la notizia delle imminenti nozze, come mai nessuno fece presente al generale, anche con lo stesso mezzo dell’anonimato, che la giovane e bella marchesina era già sentimentalmente impegnata?

Garibaldi sapeva e magari forte del suo carisma “invincibile” non se ne preoccupò più di tanto?

Ma soprattutto perché si attese il giorno del matrimonio per fare scoppiare lo scandalo?

Fu un complotto? Fu una manovra? E ordita da chi? E a quale scopo? Si disse che non erano estranei ambienti vicini allo stesso Garibaldi, preoccupati che il generale, invaghito della marchesina, desse alla sua vita una piega pantofolaia e borghese, dimentico degli alti destini della Patria che era chiamato a compiere.

Sono ipotesi che non è facile accertare. Ma comunque fanno impressione se si pensa che tre mesi e mezzo i dopo il matrimonio fallito Garibaldi era già impegnato in una impresa – quella dei Mille – che avrebbe dato una svolta alla storia d’Italia.

Oggi questi interrogativi sarebbero stati sciolti ricorrendo ai sempiterni servizi segreti deviati, ma eravamo all’alba della nuova Italia e certi sbrigativi italici metodi interpretativi non avevano ancora preso piede.

Naturalmente stiamo parlando di un uomo che, come oggi i divi, era concupito e ammirato dalle donne; quindi del matrimonio naufragato, sia pure nel chiacchiericcio e nel disdoro, oggi diremmo nel gossip, il grande Nizzardo non ne fece propriamente una malattia. Il Generale si diede ad altri amori e ad altre avventure. Seminando anche figli. In particolare ne ebbe due da Francesca Armosino, una donna che lo accudì premurosamente in quel di Caprera.

 

Francesca Armosino, a última mulher de Giuseppe Garibaldi | Oriundi.net

 

Ma Garibaldi non poteva riconoscerli. Egli per la legge risultava ancora sposato con un’altra donna, e senza l’annullamento di quell’ “infausto matrimonio” (com’è scritto nelle carte bollate), non poteva legittimare la nuova prole. Diventò insofferente, non si diede pace, chiese l’aiuto di politici, perfino a re Umberto. Lui mangiapreti, si ridusse a mandare una supplica al papa.

Passò giorni furiosi. Lo si sentì esclamare: “E che mi importa che l’Italia abbia un governo codardo e che vi siano dei magistrati che si chiamano preti? Lo ripeto: io legittimo i miei figli”. Dopo il matrimonio con la Raimondi, ebbe un decennio di intensa attività politica e militare (diventò anche deputato), con la spedizione dei Mille, lo scontro in Aspromonte, i tentativi di avvicinarsi a Roma (gli scontri a Mentana), e i periodici ritorni a Caprera, continuamente sorvegliato in modo discreto dalla polizia italiana, per timore che l’Eroe facesse uno dei suoi soliti colpi di testa, che mettevano in imbarazzo i governi di turno (era già bastato l’episodio d’Aspromonte).

 

Compendio Garibaldino di Caprera – Da visitare Coast Style

 

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Poi decise di dare battaglia con gli avvocati. Ottenne giustizia solo nel 1880

Cioè, due anni prima di morire, ma il risultato fu possibile dopo che la marchesina chiese e ottenne che fossero ritirate tutte le offese che negli anni precedenti le erano piovute, anzi grandinate addosso.

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La burocrazia fu più forte dei Borboni, per l’annullamento dovette aspettare 20 anni

Per sconfiggere i Borboni – dallo sbarco di Maggio a Marsala alla battaglia di Ottobre sul Volturno –Garibaldi impiegò cinque mesi; per combattere la burocrazia del neonato Stato unitario e poi anche quella ecclesiastica, visto che il matrimonio era stato celebrato in Chiesa, dovette aspettare 20 anni. Contro la burocrazia neanche Garibaldi poté fare molto, e ciò sia di relativa consolazione per i comuni mortali quando si trovano impaniati nelle sue spire.

Il testo del ricorso d’appello tendente a ottenere l’annullamento del “matrimonio infaustamente contratto con rito religioso”, tra l’altro rato e non consumato, con la marchesina, è un pezzo di letteratura forense, ma anche di storia. Interessante, tra l’altro, è leggere con quale e venerazione il Generale viene citato.

Nelle prime pagine nessun accenno ai motivi concreti e specifici per cui Garibaldi chiese l’annullamento, ma una diversa motivazione: In quel periodo “Garibaldi era predominato dal sentimento dei doveri verso la patria Italiana” e quindi  poiché “non era in condizione di poter pensare a provvedere ad affari di indole personale e privata, qualunque ne fosse l’importanza, s’indusse ad acconsentire che si celebrasse matrimonio tra lui e la Signora Giuseppina Raimondi in una villa della Casa Raimondi in Fino, nel circondario di Como, avanti il Parroco Preposto del Comune anzidetto, senza la piena e regolare osservanza delle forme prescritte per la validità del matrimonio stesso” ( il corsivo è nostro, NdR).

“Inoltre appena compiuta la cerimonia avanti il parroco, esso Garibaldi venne avvertito, e gli avvenimenti posteriori constatarono, che la detta Signora Raimondi si trovasse nella condizione preveduta dall’articolo 58 del Codice Civile Austriaco allora vigente nelle Province Lombarde (cioè era in stato di gravidanza per opera di altri che lo sposo, NdR), e quindi prese la risoluzione di allontanarsi senza dare effetto al matrimonio e senza avere in menoma guisa lasciato a sé avvicinare la giovane Raimondi”.

“Da quell’epoca fino al presente – sottolinea il ricorso – non ebbe mai luogo veruna coabitazione o contatto tra il Garibaldi e la Raimondi e ai reiterati tentativi fatti da quest’ultima per avvicinare il Garibaldi ed esserne ricevuta, il medesimo oppose ognora un costante e invincibile rifiuto. Perciò le anzidette cause e, ove occorra, altre da aggiungere, determinano in modo indubitato la radicale invalidità e inefficacia del matrimonio che si pretese contrarre (sic! NdR) tra il Garibaldi e la Raimondi tanto a termini del citato articolo 58 del Codice Civile Austriaco, quanto delle leggi Canoniche e delle altre disposizioni dello stesso codice onde era allora regolata la materia matrimoniale”.

Fin qui la citazione fatta presentare da Garibaldi tramite il suo legale Bussolini e firmata in primis da Pasquale Stanislao Mancini.

La Raimondi che fa? Non ci sta e passa all’attacco, cercando di cambiare le carte in tavola

Scrive sempre nel ricorso l’avvocato di Garibaldi: “Nel contestare la causa la signora Raimondi arrestandosi al primo dei motivi della riferita istanza, cioè alla nullità del matrimonio per vizio di sostanziali forme, e senza nulla dire quanto agli altri motivi sui quali si voleva interpellare (il neretto è nostro, NdR), fece proporre con espresso e speciale mandato di procura domanda riconvenzionale, chiedendo essa pure a vicenda, DICHIARARSI NULLO IL MATRIMONIO, per difetto di forme e specialmente del suo valido consenso al medesimo, poiché ella era nata il 17 marzo 1841 essendo stata battezzata come figlia di genitori ignoti; e quindi il 24 gennaio 1860 non aveva che l’età di 18 anni compiuti, e aveva come tutore deputatole dall’autorità Collegiale giudiziaria fin dal 6 agosto 1853 il signor Onofrio Martinez”.

“Ebbene, mentre il Codice civile austriaco richiedeva per la maggiore età anni 24 compiuti (art. 21) ed esigeva per la validità del matrimonio dei minori, oltre la Dichiarazione del tutore o curatore ordinario, anche il consenso del Giudice (art 49 del Codice Civile Austriaco), risultava da atti autentici che le nozze di Giuseppina con il Generale furono dal Giudice locale autorizzate non già in concorso e col consenso del tutore Martinez, ma sibbene del Marchese Giorgio Raimondi qualificato tutore di lei, benché tale non potesse neppure essere, come poi vedremo, perché di Giuseppina, illegittima sua prole, era padre naturale( il corsivo è nostro, NdR).

Perciò allorché la causa si discusse la Raimondi concluse dichiararsi la nullità del matrimonio tra essa e il Garibaldi, per invalidità del consenso della medesima prestato con ogni conseguente effetto di ragione e di legge”.

Sempre nella causa, l’istanza – afferma l’avvocato di Garibaldi -si concluse col “dichiararsi nullo e come non avvenuto fin dalla sua origine per tutti gli effetti di legge il matrimonio che si pretese contrarre dall’attore Generale Garibaldi e dalla Raimondi per invalidità del di lei consenso e per vizio sostanziale di forma, previa, ove d’uopo, l’ammissione della prova testimoniale della reale sussistenza e notorietà del fatto che, avvenuta la celebrazione del matrimonio, il Generale Garibaldi sotto l’impressione di una dolorosa scoperta si allontanò da Fino, né mai ebbe luogo tra lui e la Raimondi veruna convivenza relazionale o contatto qualsiasi fino al presente giorno”.

In via subordinata, chiedeva Garibaldi tramite i suoi avvocati, ove mai la richiesta nullità del matrimonio non venisse per detto motivo pronunciata, che fosse delegato un giudice di Tribunale, attesa la natura e l’importanza della causa, “avanti il quale essa Signora Raimondi debba rispondere all’interrogatorio alla medesima dedotto sulle circostanze di fatto enunciate nell’atto di citazione”.

Ma purtroppo, commenta il difensore di Garibaldi, habent sua sidera lites (Un motto bollato 50 anni dopo come vile da Piero Calamandrei)

(Cioè anche le liti sono influenzate dalle stelle, motto pare di discendenza oraziana. Ma contro cui si scaglierà circa 50 anni, dopo, nel 1935, Piero Calamandrei: “Chi fu l’inventore del motto comodo e vile ‘Habent sua sidera lites’, col quale, sotto decoroso manto latino, si vuol dire in sostanza che la giustizia è un giuoco da non prendersi sul serio?  Ma tu, o giovine avvocato, non affezionarti a questo motto di rassegnazione imbelle, snervante come un narcotico”.

Il Tribunale con sentenza pubblicata il 16 luglio 1879 rigettò la domanda avanzata dal Generale, nonché dalla Raimondi, diretta a impugnare (disse) per vizio di forma il matrimonio contratto il 24 gennaio 1860. Salvo poi e riservato al Generale il diritto di produrre qualunque altro mezzo di prova all’effetto di dichiarare invalido il matrimonio stesso per l’articolo 58 del Codice civile Austriaco, il Tribunale dichiarò inammissibile l’interrogatorio della marchesina nell’atto 10 giugno 1879, e decise di compensare le spese.

Nella sentenza del Tribunale “si considerò che il tutore Martinez fosse stato nel 1860 o per morte o per rinuncia alla tutela, o per dispensa avuta dall’autorità giudiziaria, surrogato nell’officio dal Marchese Giorgio Raimondi; e sebbene Raimondi fosse padre naturale  della donna, nessun testo di legge nel detto Codice civile austriaco ostava a che deferito gli fosse l’ufficio di tutore della figlia naturale, avendo egli fin dal 1842 accettata con dichiarazione spontanea la paternità verso Giuseppina; infine che l’interrogatorio della Raimondi non poteva essere ammesso  sia perché diretto a rilevare dalla confessione della donna fatti per lei vituperevoli, sia perché al postutto le di lei confessioni, se anche affermative, non avrebbero bastato a produrre prova per l’annullamento del matrimonio, e la legge austriaca esclude a tal fine il Giuramento ai coniugi”.

*****

Garibaldi fa appello il mese dopo

L’appello contro la sentenza del Tribunale, che, ripetiamo, escludeva ai fini dell’annullamento i vizi di forma denunciati dai difensori di Garibaldi e riteneva inammissibile l’interrogatorio della Raimondi chiesto dal Generale perché confermasse il suo stato di gravidanza  quando aveva contratto matrimonio, fu presentato il 21 luglio 1879, e notificato anche al Pubblico Ministero unicamente perché ne avesse notizia essendo necessario nella presente controversia il suo intervento, tanto più che fra i pretesi Coniugi sopra uno dei motivi della nullità del matrimonio (la mancanza di consenso per la minore età), NdR) si era di pieno accordo”.

Nel presentare il ricorso, l’avvocato scrive: “Ora la causa si propone a discussione. E noi confidiamo nella imparziale giustizia della Regia Corte che questo simulacro di matrimonio Garibaldi-Raimondi che non ebbe per un solo istante realtà ed efficacia, sarà annullato come ne facciamo rispettosa domanda in proposito”.

La tesi della difesa fu divisa in due parti principali (intanto il Parlamento subalpino aveva avocato dai tribunali ecclesiastici a quelli civili le controversie anche pendenti in affari matrimoniali).

Nella prima parte, Garibaldi fece presente che nel 1860, nelle province lombarde liberate e facenti parte del regno d’Italia non potevano essere considerate in vigore le norme austriache in materia matrimoniale.

In secondo luogo il matrimonio deve parimenti annullarsi perché al suddetto preteso matrimonio, rato ma non mai consumato, sarebbe applicabile quell’annullamento di vincolo che ecclesiasticamente chiamavasi dispensa.

A ciò la difesa aggiungeva che la potestà di concedere ora detto annullamento riservata altre volte alla sola autorità ecclesiastica risiede esclusivamente nel potere giudiziario.

In terzo luogo – annunciava la difesa di Garibaldi – dimostreremo in ultimo come fu comunque ingiustissima la sentenza di primo grado nell’aver respinto l’interrogatorio che la difesa aveva chiesto con la citazione del 10 giugno 1879.

Una interessante postilla dell’avvocato di Garibaldi su “giustizia uguale per tutti e potere”

“Per troppe volte avviene che trovandosi in giudizio una persona SINGOLARISSIMAMENTE distinta (come appunto Garibaldi, NdR), la si giudichi da Magistrati non provetti ( il corsivo è nostro NdR) con particolare severità, senza volerlo, per sfuggire alla incolpazione troppo facile a emettersi di FAVORITISMO. Con che non si avvedono i giudicanti che cadono in un altro eccesso violatore anch’esso del principio che rende tutti eguali innanzi alla legge. Così accadde probabilmente per Garibaldi in primo grado, dove in vece di dare luogo almeno ad UN’AMPIA ISTRUTTORIA, si respinse senz’altro la sua istanza”.

Tre le questioni poste dalla difesa di Garibaldi:

  1. Poteva, secondo il codice civile austriaco, darsi a tutore di una minorenne figlia illegittima il padre che generata l’avesse in conseguenza di adulterio?
  2. codesto tutore (nominato nel 1858 al posto del citato Martinez, rimosso senza neppure interpellarlo dal pretore urbano di Como) poteva essere dato dallo stesso pretore urbano di Como, mentre il precedente tutore era stato nominato dalla maggiore autorità del tribunale provinciale?
  3. Poteva quel giudice inferiore rimuovere il Martinez senza averlo interpellato?

*****

Una curiosa domanda e una altrettanto curiosa risposta della difesa

Dunque, riepilogando: quando ci fu il matrimonio, tutore della marchesina Raimondi era il padre, marchese Giorgio (e per tante norme, comprese quello del codice civile austriaco, non lo poteva essere). Domanda la difesa di Garibaldi: “Se non fosse stato il marchese Giorgio Raimondi il tutore della Giuseppina, avrebbero forse avuto luogo le nozze tra questa e il Generale? Non dubitiamo di rispondere negativamente”.

Non già perché – attenzione a questa prosa che strappa anche qualche sorriso – il Generale, che è una delle glorie dell’Era nostra, non sarebbe stato anche una gloria per qualunque donzella che a lui si fosse impalmata. Ma il sapersi generalmente in Como, che la Raimondi era già vincolata da altri affetti verso un giovane militare di nome Caroli, la differenza di più che te lustri di età che intercedeva fra la fanciulla e il Generale, avrebbero fatto sì che niun tutore, fuori del Marchese Raimondi, chiesto avrebbe a un giudice di autorizzare il matrimonio in discorso”. …. Posta invece la fanciulla sotto la tutela del padre naturale dové subire necessariamente la sua unica volontà, mancandole ogni altra protezione, e perciò non dové neppure avere il coraggio di palesare come avesse già ad altri donato irrevocabilmente i suoi affetti. Tutto ciò non sarebbe avvenuto se Giuseppina avesse sempre avuto dipendenza DA ALTRO TUTORE, fuori del padre non legittimo, come il Codice espressamente statuiva.

(In tutta questa vicenda, diciamocelo, Garibaldi fa la figura dell’ingenuo e del raggirato e il Raimondi quello dell’arrampicatore, smanioso di imparentarsi con Garibaldi, che, col matrimonio della figlia naturale finiva per diventare suo genero!).

Infatti su Raimondi padre la difesa di Garibaldi picchia di brutto

Il Marchese, “formalmente e in ultimo interdetto da qualche anno a questa parte, ha avuto sempre mista, a rigor di termine, a una grande e appena credibile prodigalità la MONOMANIA DELL’AMBIZIONE E DEL FASTO, di guisa che non v’è chi non sappia nella Provincia di Como com’egli costantemente si sia creduto in relazione intima coi nostri Sovrani, e meritevole di ogni più alto grado, rango, dignità, o titolo nella civile Società. Dal che ognuno può immaginare, come pure egli debba alla Giuseppina essersi imposto quando concepì l’idea delle nozze di quella figlia con l’eroe leggendario del secolo, il Generale Garibaldi”.

Nullo il matrimonio fin da principio

La difesa ribadì: “non v’ha dubbio che nullo sia stato fin da principio il preteso matrimonio della Raimondi col Generale pel consenso alle nozze mancato della donna (minorenne), e per essa di un suo tutore legittimo; ora sa ognuno che nuptias non concubitus, sed consensus facit e che mancando quello, o quello prestato in modo vizioso, matrimonio non avvi. Nel che vanno tanto d’accordo leggi ecclesiastiche e civili”.

“Tutto il mondo sa che il preteso matrimonio del Generale Garibaldi con la Raimondi non ebbe effetto reale né di coabitazione, né di rapporti qualunque coniugali. Infatti il Generale fu subito, dopo le nozze avvertito, aver la Raimondi altri affetti pel giovane Caroli, ed esserne incinta; ed egli (il Generale) con quel suo impeto che tanto lo distingue e lo rese più volte vittorioso degli Austriaci, abbandonò immediatamente la casa ove le infauste nozze erano seguite; mentre la Raimondi dall’altro canto resistere non seppe agli impulsi del cuore già troppo legato ad altro amore, e si dipartì col Caroli per la Svizzera, abbandonando pur essa la magione paterna”.

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Matrimonio dunque rato e non consumato. E a Como lo sapevano tutti

Rincara la Difesa, battendo sulle dolenti note: “in Como nel 1860 Garibaldi era più di un eroe, quasi un Dio, per le brillanti vittorie riportate con una mano di coraggiosi volontari contro gli agguerriti eserciti austriaci. Non vi era alcuno quindi nella città suddetta e in tutta la Lombardia che ignorasse le sue nozze e la triste fine che ebbero quasi nel dì stesso in cui furono contratte. Il matrimonio del Generale se anche fu validamente rato, non fu mai consumato. Il consenso da lui dato alle nozze non ebbe il complemento che doveva aspettarsene, e che è proprio del contratto di nozze.

Ma trattandosi appunto di matrimonio rato e per legittime cause non consumato, le leggi ecclesiastiche (prevalenti in Lombardia nel 1860 per l’Imperiale Patente 8 ottobre 1856) ammettevano la DISPENSA, che vale scioglimento del vincolo. …Né si pensi, sottolinea la difesa, che codesto annullamento sotto forma di dispensa fosse una grazia che accordava la Chiesa e il suo Capo se volesse”.

La difesa le provò tutte

Per esempio: la non consumazione del matrimonio difetta di prova matematicamente stabilita?

“Se si richiedesse questa prova, diremmo che per il Gen. Garibaldi si vuole assai più di ciò che le abolite e passate procedure richiedessero per chiunque. La Costituzione benedettina si limitava a volere che i coniugi prestassero a vicenda giuramento di non aver avuto rapporti carnali e si ispezionasse anche il corpo della donna da oneste matrone ben istruite sui segni della verginità quando potesse a codesta prova darsi luogo e se fosse il caso”. Ora cotesti procedimenti furono aboliti, e vi si surrogarono le procedure italiane. Ciò posto, domanda la difesa, qual migliore modo può concepirsi di dimostrare il fatto della non mai avvenuta convivenza o relazione tra coniugi di quello che somministra LA PUBBLICA E COSTANTE NOTORIETÀ (del Generale Garibaldi)?

La difesa incalza e non tralascia alcun argomento utile

Dopo che ormai tutti sanno come sono andate le cose di questo infausto matrimonio, “or si vorrà (domandiamo) che Garibaldi appunto perché è uomo di virtù singolari, di fama mondiale, e benemerito della patria più di quello che altri per lungo corso di secoli non fossero, sia sottoposto in affare privato a più duri mezzi di prove cui qualunque altra persona sottoposta non sarebbe? Si esigerà forse da lui più di quel che giustizia comporti per tema di essere incolpati immediatamente di favoritismo?”

In conclusione, il ricorso in appello chiedeva alla Corte: di revocare la sentenza di primo grado dichiarando la nullità del matrimonio a causa del mancato consenso alle nozze di un legittimo tutore della Raimondi che non poteva essere il padre; o anche per il fatto della mai avvenuta consumazione del matrimonio. Inoltre, Garibaldi ribadiva la richiesta di un interrogatorio, respinta in prima istanza dal Tribunale, della Raimondi, per accertare il fatto che nel tempo delle nozze contratte ella si trovasse nelle condizioni previste dall’articolo 58 del Codice civile austriaco (in stato di gravidanza per opera di un altro uomo).

Come andò a finire?

Il matrimonio alla fine fu dichiarato nullo nel gennaio 1880, esattamente 20 anni dopo la sua celebrazione, con il consenso della marchesa quarantenne. Tale consenso arrivò solo quando furono smentite le accuse che su di lei erano piovute.

Per anni Garibaldi aveva fatto fuoco e fiamme, con il cruccio di non poter legittimare i figli avuti da Francesca Armosino: Manlio e Clelia.

 

Manlio : romanzo contemporaneo / Giuseppe Garibaldi | Storia Digitale

 

Due anni prima della morte, che avvenne il 2 giugno 1882 a Caprera, Garibaldi poté finalmente riconoscere e dare il suo nome a Clelia e Manlio: la prima era nata nel 1867, l’anno di Mentana, e aveva 13 anni; morì a 92 anni nel 1959, fu scrittrice e scrisse sul padre. Manlio era nato nel 1873, e aveva allora sette anni. Militare, morì all’alba del nuovo secolo, a 26 anni, di turbercolosi, malattia allora dai frequenti esiti mortali.

 

Mario NanniDirettore editoriale

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