Francia in fiamme. Conversazione con Olivier Tosseri

Quest’estate gli incendi hanno devastato la Francia, arrivando in Bretagna, nel centro del Paese e alle porte di Parigi. Olivier Tosseri, corrispondente in Italia de Les Echos, analizza i punti di forza e le fragilità della macchina antincendio francese

L’estate francese non è ancora finita e l’impatto dei roghi devastanti che hanno colpito il Paese ha già modificato la percezione collettiva del rischio incendio. Non soltanto per l’estensione delle fiamme nel sud-ovest, ma per la loro comparsa in territori che la cartografia dell’emergenza considerava marginali. Ne abbiamo parlato con Olivier Tosseri, corrispondente in Italia de Les Echos.

Quali territori francesi sono oggi maggiormente colpiti dagli incendi?

Il sud-ovest della Francia, in particolare il massiccio delle Landes in Gironda, e l’arco mediterraneo, dai Pirenei Orientali alla Costa Azzurra, sono le zone tradizionali dei grandi incendi e restano le più colpite. Ma i roghi si estendono ormai anche a regioni storicamente meno esposte: abbiamo avuto incendi in Bretagna, nel centro della Francia e soprattutto a pochi chilometri da Parigi, un incendio storico, enorme, che ha scioccato l’opinione pubblica francese.

Perché, dopo giorni di lavoro, questi fronti restano così difficili da domare?

Le ragioni sono diverse. C’è anzitutto l’effetto dei cosiddetti feux zombies, gli incendi sotterranei. Nei terreni sabbiosi e ricchi di torba o di sostanza organica il fuoco continua a bruciare in profondità sotto le ceneri e si riattiva all’improvviso, appena soffia un po’ di vento. C’è poi la responsabilità della monocultura forestale, in particolare nel sud-ovest, con la presenza estesa del pino marittimo, un albero ricco di resina che rende ovviamente più facile la propagazione delle fiamme. E c’è innanzitutto il cambiamento climatico, con ondate di calore e di vento mai viste in Francia, temperature elevate che tornano sempre più spesso e per periodi sempre più lunghi, e una prolungata siccità del suolo che trasforma la vegetazione in un combustibile ideale.

Quali sono stati i punti di forza e di debolezza nella gestione di questi incendi?

Tra i punti di forza c’è innanzitutto la capacità di evacuazione preventiva dei residenti e dei turisti che si trovano a ridosso dei grandi fronti. Abbiamo poi assistito a un’ottima cooperazione internazionale, con i meccanismi europei di solidarietà, e a un supporto delle Forze armate francesi: la mobilitazione dell’apparato dello Stato è stata notevole. I punti di debolezza sono quelli di tutti i Paesi che hanno ridotto le spese in questo ambito: la carenza e l’usura dei mezzi aerei impiegati per spegnere i fuochi, con una manutenzione che non è stata sempre all’altezza, e le piste tagliafuoco e le fasce di protezione delle zone abitate, anch’esse segnate da parecchie lacune.

Molti incendi nascono vicino alle abitazioni. La questione riguarda anche il modo in cui si è costruito negli ultimi decenni, portando case, campeggi e infrastrutture sempre più a contatto con le aree forestali?

Assolutamente. Il modo in cui è stata gestita l’espansione urbanistica in questi ultimi anni è uno dei responsabili della situazione drammatica a cui assistiamo, perché si è dilatata in maniera incontrollata l’interfaccia tra le aree naturali e quelle antropizzate. La presenza di abitazioni, campeggi e infrastrutture turistiche a ridosso di foreste che non vengono curate come si dovrebbe ha moltiplicato le probabilità di innesco, accidentale e non. Bisogna poi dire che è una questione molto complessa, che rende più difficile anche il lavoro dei pompieri che devono soprattutto difendere le strutture abitative e turistiche ed evacuare la popolazione, anziché dedicarsi al cento per cento alla lotta al fuoco.

Le prescrizioni sul disboscamento e sulla pulizia dei terreni vengono rispettate, oppure esiste una distanza considerevole tra le norme e la loro applicazione?

Nonostante le obligations légales de débroussaillement, che impongono ai proprietari di ripulire la vegetazione entro cinquanta-cento metri dagli edifici, esiste in effetti un divario marcato tra la teoria e la pratica. Manca un sistema capillare di controlli e di sanzioni da parte dei comuni, che hanno lasciato fare; e dal lato dei privati i costi di gestione sono spesso elevati. Questo porta a una diffusa inosservanza delle norme.

Il modello francese si fonda su un numero molto elevato di pompieri volontari. Può sostenere stagioni più lunghe e un numero crescente di emergenze di questo tipo?

Il modello francese che veniva esaltato, dove circa l’80% dei pompieri è costituito da volontari, è al limite della sostenibilità e non può reggere più di tanto sfide epocali come quelle che il cambiamento climatico ci mette davanti. Assistiamo a un allungamento delle stagioni antincendio, che ormai non sono più soltanto estive ma vanno dalla primavera all’autunno, e contemporaneamente a maxi-incendi come quelli che abbiamo avuto quest’estate nel sud-ovest della Francia e financo vicino a Parigi. Si crea così una pressione insostenibile su volontari che devono gestire la propria vita privata e la propria vita lavorativa accanto all’impegno nei ranghi dei pompieri. Soprattutto, la stagione dei maxi-incendi di quest’estate ha messo in luce la necessità assoluta di aumentare gli investimenti strutturali sui mezzi antincendio. È veramente un cambio d’epoca.

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