Fiumi in secca, l’infrastruttura critica che l’Europa non riconosce

Il rapporto Copernicus diffuso oggi certifica per l’estate 2026 le portate fluviali più basse in Europa dal 1992. Sotto certe soglie la siccità diventa un problema di capacità di trasporto, di produzione elettrica e di approvvigionamenti. E colpisce proprio la modalità su cui Bruxelles punta per decarbonizzare il trasporto merci

A Kaub, nella gola del Medio Reno fra Coblenza e Magonza, c’è un idrometro che armatori, spedizionieri e trader di prodotti petroliferi seguono giorno per giorno. È il tratto più basso del fiume, e la sua lettura decide quanta merce può caricare una chiatta diretta a Mannheim, Strasburgo o Basilea. Nell’ultimo fine settimana di settembre è scesa per la prima volta sotto lo zero. Il Reno non si è prosciugato, perché lo zero dell’asta è un riferimento convenzionale e non il fondo dell’alveo. A quella quota, però, le navi cariche non passano.

Negli elenchi delle infrastrutture critiche compaiono strade, ferrovie, porti, reti elettriche, gasdotti. I fiumi quasi mai. Eppure un grande fiume europeo porta chiatte di minerale e container, fa girare turbine, raffredda reattori, alimenta canali irrigui e prese degli acquedotti. Quando la portata scende oltre una certa soglia queste funzioni vengono meno tutte insieme, per la stessa causa e negli stessi giorni.

A rigore, il diritto europeo non li classifica così. La direttiva CER sulla resilienza dei soggetti critici (2022/2557), recepita in Italia con il decreto legislativo 134 del 2024, ha superato la vecchia nozione di “infrastruttura critica europea” e ragiona per operatori: imprese di navigazione interna, enti di gestione portuale, produttori di energia elettrica, gestori dell’acqua potabile. A ciascuno chiede di valutare i propri rischi e di dotarsi di misure di resilienza. Il fiume da cui tutti dipendono resta fuori dal perimetro, e parlarne come di un’infrastruttura critica è una scelta interpretativa. Aiuta però a leggere quello che è successo quest’estate.

La peggiore estate dal 1992

Il quadro arriva dal rapporto sull’estate 2026 pubblicato dal servizio Copernicus per i cambiamenti climatici (C3S), gestito dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), insieme al servizio Copernicus per la gestione delle emergenze. Per l’Europa nel suo complesso è stata la terza estate più calda mai registrata, per l’Europa occidentale la più calda in assoluto.

Il 52% del continente ha sperimentato, almeno in alcune giornate, uno stress termico “molto forte”, con temperature percepite di almeno 38 gradi. È la quota più alta della serie. Nell’Europa occidentale i giorni di stress termico “forte” sono stati in media 41, cinque più del 2003, e quelli “molto forte” 13; in 17 giornate almeno il 60% della regione ha superato i 30 gradi, contro le 11 del 2003 e le 7 dell’anno scorso. Samantha Burgess, responsabile strategica per il clima dell’ECMWF, ha insistito sull’estensione geografica del caldo, notevole quanto la sua intensità.

La parte che riguarda le infrastrutture sta nel capitolo idrologico. Secondo Copernicus la siccità prolungata ha prodotto l’estate con le portate fluviali più basse da quando, nel 1992, è iniziata la serie dell’European Flood Awareness System (EFAS). Fra luglio e agosto Reno, Danubio, Po, Loira, Rodano e Senna hanno toccato minimi storici o vicini ai minimi. Contemporaneamente.

I dati europei

Nel rapporto di Copernicus le portate minime sono collegate esplicitamente a una “grave perturbazione” per più settori: catene di approvvigionamento, irrigazione, raffreddamento dei reattori nucleari, produzione idroelettrica, disponibilità di acqua dolce. Sul Reno quella formula ha avuto una traduzione precisa, misurabile in centimetri.

Nel 2025, secondo Eurostat, sulle vie navigabili interne dell’Unione sono state trasportate merci per 118 miliardi di tonnellate-chilometro: il 3% in meno rispetto ai 121,6 miliardi del 2024, e lontano dai 145-146 miliardi del triennio 2015-2017. Germania (42,7 miliardi) e Paesi Bassi (42,2) valgono insieme il 71,9% del totale. Tre quarti del traffico attraversano almeno una frontiera, fra trasporto internazionale (54,7%) e transito (20,4%). La prima voce merceologica sono i minerali metalliferi, con il 22,2%.

Il Po sotto la soglia critica

Nell’elenco di Copernicus c’è anche il Po, e i dati raccolti in Italia spiegano perché. Secondo l’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici dell’Autorità di bacino distrettuale, dal 16 giugno al 22 agosto le portate medie giornaliere sono rimaste sempre sotto la soglia critica di 450 metri cubi al secondo misurata a Pontelagoscuro, l’ultima sezione prima del Delta. Sotto quel valore anche le barriere antisale perdono efficacia.

Il 25 giugno Arpae Emilia-Romagna rilevava il cuneo salino a circa 25 chilometri dalla foce; nel 2023 si era fermato a 17. Il Consorzio di bonifica Delta del Po ha dovuto limitare o sospendere le derivazioni irrigue nei tratti più esposti, perché l’acqua salmastra contamina i suoli e brucia le colture.

Ad agosto la portata era scesa in media a un terzo dei valori storici: 193 metri cubi al secondo a Cremona contro i 602 del periodo, 177 a Piacenza contro 497. Già a metà luglio, stando ai dati di monitoraggio dell’Aipo, il fiume a Cremona stazionava a 8 metri sotto lo zero idrometrico e la navigazione commerciale era impraticabile. L’Agenzia interregionale ha rinnovato ad agosto l’ordinanza di cauta navigazione; negli stessi giorni una motonave diretta a Mantova, con passeggeri a bordo, si era incagliata nelle sabbie.

Il paradosso della logistica verde

Con la strategia per una mobilità sostenibile e intelligente del 2020, la Commissione ha fissato l’obiettivo di aumentare del 25% entro il 2030, e del 50% entro il 2050, il trasporto per vie navigabili interne e per navigazione a corto raggio. Il piano d’azione Naiades III ha poi tradotto quell’indirizzo in misure per il settore fluviale. Il ragionamento è noto: una chiatta emette per tonnellata-chilometro molto meno di un camion, e ogni carico tolto all’autostrada alleggerisce il bilancio climatico dei trasporti.

La curva, intanto, va nella direzione opposta, dai 145-146 miliardi di tonnellate-chilometro del 2015-2017 ai 118 del 2025. Le cause sono molte e non tutte climatiche. I due cali più bruschi della serie Eurostat, però, cadono nel 2018 e nel 2022, due anni di magra eccezionale sul Reno (nel 2022 pesava anche la crisi energetica). Quest’anno a Kaub si è scesi sotto i minimi di entrambi.

L’Europa punta sui fiumi per decarbonizzare la logistica, e il clima che quella decarbonizzazione dovrebbe contribuire a stabilizzare li rende meno affidabili. Per chi decide come spedire, l’affidabilità conta quanto il prezzo. Un’estate di supplementi e stive a un quinto è un argomento difficile da ignorare quando si rinegoziano i contratti per l’anno successivo, e ogni magra eccezionale rischia di riportare su strada o su rotaia una parte del traffico che le politiche europee vorrebbero spostare sull’acqua. In Germania il progetto di approfondimento dei fondali nel Medio Reno, discusso da decenni, è ancora lontano dal completamento.

La stessa acqua per tutti

Il trasporto è la parte più visibile. A fine giugno EDF ha ridotto di circa 6,2 gigawatt la capacità nucleare disponibile, il 9,8% del parco, perché Rodano, Senna e Garonna si avvicinavano ai limiti di temperatura fissati per lo scarico delle acque di raffreddamento. Un’analisi della società di ingegneria WSP ha mostrato come quei limiti abbiano assottigliato il margine di esportazione elettrica francese proprio nelle ore in cui la domanda per il raffrescamento era più alta.

Ad agosto il Centro comune di ricerca della Commissione segnalava che i livelli critici di Danubio e Reno avevano tagliato la produzione idroelettrica e nucleare, e che in Ungheria e Romania la magra del Danubio aveva colpito navigazione, forniture idriche e agricoltura. Nel Nord Italia, nelle stesse settimane, Il Sole 24 Ore contava 101 comuni in emergenza anche per gli usi civili, 24 dei quali riforniti con autobotti. Nel Delta del Po il cuneo salino ha chiuso le prese irrigue.

Messi in fila, questi episodi descrivono una sola vulnerabilità che attraversa sistemi diversi. La direttiva CER chiede all’impresa di navigazione, al gestore della centrale, all’ente portuale e al gestore idrico di valutare ciascuno i propri rischi, compresi quelli di origine naturale, e di dotarsi di piani di resilienza. Ognuno di loro dipende però da una risorsa che non controlla e che condivide con gli altri, negli stessi giorni di crisi. La gestione delle portate resta affidata alle autorità di bacino e ai loro osservatori sugli utilizzi idrici, strumenti nati per ripartire l’acqua scarsa fra usi concorrenti più che per ragionare di continuità dei servizi essenziali. A giudicare da quest’estate, fra la sicurezza dei singoli operatori e il governo della risorsa comune il collegamento è ancora debole.

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