FINI CONSIDERAZIONI

L’ex Vice Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri e Presidente della Camera detta la linea, dall’Iran alla giustizia. E rivendica una linea precisa: sostegno all’Ucraina, rifiuto delle ambiguità su Putin, un’Europa più forte e meno burocratica, una magistratura da riformare senza propaganda

Nel pieno di una fase segnata dall’escalation in Medio Oriente, dal riaccendersi delle tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti e da un quadro internazionale sempre più instabile, Gianfranco Fini, presidente emerito della Camera dei Deputati, già Vicepresidente del Consiglio dei ministri e già Ministro degli Esteri, torna a leggere i grandi dossier della politica italiana e globale con il tono netto che ha sempre contraddistinto il suo stile. E lo fa a partire da giudizi destinati a segnare il perimetro dell’intervista: da un lato, la convinzione che “Giorgia Meloni, in un contesto storico complesso, ha collocato l’Italia dalla parte giusta”, dall’altro, l’avvertimento che “l’Europa, così com’è, non può reggere a lungo”. Dalla crisi iraniana al ruolo dell’Occidente, dal giudizio sull’attuale presidente del Consiglio al futuro dell’Unione, fino al referendum sulla giustizia e ai nodi irrisolti della destra italiana, l’ex presidente della Camera mette in fila convinzioni, autocritiche e affondi. Ne emerge il ritratto di una linea coerente: sostegno all’Ucraina, nessuna indulgenza verso le ambiguità filorusse, una critica severa alla burocrazia europea e la richiesta di una giustizia da riformare nel merito, senza piegarla alla propaganda.

Presidente, partiamo dal quadro internazionale e dalla piena attualità: Medio Oriente e Golfo Persico sono in fiamme. Che lettura dà della crisi?

La situazione è in evoluzione ma, detto con chiarezza: considero un fatto positivo che il mondo si sia liberato di un tagliagole come Ali Khamenei, l’Iran è stato direttamente o indirettamente responsabile di troppi crimini: dalla repressione interna, con migliaia di giovani uccisi per aver chiesto libertà, al sostegno al terrorismo internazionale. Hamas è stata finanziata dal regime iraniano; lo stesso vale per gli Houthi, che dallo Yemen colpivano le navi di passaggio, e per le milizie sciite attive in Iraq. Questo, però, non significa che sia caduto il regime degli Ayatollah. Quel sistema si regge ancora su centinaia di migliaia di uomini, tra Basij e Pasdaran, addestrati all’odio contro gli Stati Uniti e contro Israele e, soprattutto, integrati da decenni in un vero sistema di potere. È una struttura che ha imposto una visione oscurantista, una teocrazia medievale secondo i nostri parametri. Anche il fatto che Teheran abbia minacciato i Paesi sunniti, in caso di coinvolgimento di Stati Uniti e Israele, dimostra che non esiste neppure una reale solidarietà islamica: esiste piuttosto la volontà del regime di colpire tutti coloro che hanno rapporti con l’Occidente. E ormai è abbastanza accertato che anche l’attacco del 7 ottobre sia stato voluto, attraverso Hamas, per interrompere gli Accordi di Abramo e bloccare un processo di riavvicinamento nel mondo arabo più aperto al dialogo e all’integrazione internazionale».

Concentrandoci invece sul nostro Paese, lei si sente oggi un padre nobile della destra, un correttore dei suoi errori o un testimone che mette in guardia?

Niente di tutto ciò. Qualsiasi autodefinizione sarebbe un po’ presuntuosa e un po’ ridicola. Mi sento semplicemente un uomo che ha superato da tempo l’età della giovinezza, che ha maturato una certa esperienza politica e che crede di aver dato un piccolo contributo alla storia della destra italiana, e so anche di aver commesso errori. Ma sono felice, non a caso l’ho votata, che oggi ci sia una donna alla guida del governo, orgogliosamente consapevole delle sue radici di destra.

A tal proposito, Lei intuì molto presto le qualità politiche di Giorgia Meloni, volendola giovanissima vice presidente della Camera e poi ministro dei Giovani. Che cosa la rende, ai suoi occhi, una leader credibile sul piano internazionale?

La sua determinazione. In un contesto storico complesso, ha collocato l’Italia dalla parte giusta. Sull’Ucraina non ha avuto esitazioni: ha sostenuto con decisione il diritto del popolo ucraino a difendersi da un’aggressione brutale, finalizzata a rovesciare Volodymyr Zelensky e a installare un regime fantoccio. Non era una scelta scontata, in un Paese dove sono ancora troppi quelli che tendono a giustificare Vladimir Putin. La stessa nettezza si è vista sul fronte israelo-palestinese: riconoscere il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato non significa accettare slogan che implicano la cancellazione di Israele. Sul piano europeo, molti hanno dovuto ricredersi. Chi immaginava una Meloni euroscettica e priva di visione comunitaria ha dovuto prendere atto del rapporto solido costruito con Ursula von der Leyen e del peso che oggi l’Italia esercita anche attraverso attraverso l’importante incarico ricoperto da Fitto nella Commissione. L’Italia è tornata a essere un riferimento per il Sud Europa e per l’area mediterranea. C’è poi un dato decisivo: la stabilità. In una fase di grande turbolenza internazionale, Meloni ha garantito all’Italia ciò che da molto tempo mancava. Un governo stabile, in un Paese che troppo spesso ha cambiato esecutivo ogni pochi mesi, è un elemento di forza politica e diplomatica.

E nei confronti degli Usa?

In relazione al rapporto con gli Stati Uniti e con il mondo conservatore americano, Meloni condivide una critica netta alla cosiddetta cultura woke, che considero una deriva che spinge l’Occidente a rinnegare le proprie radici, ma questo non significa subalternità a Donalad Trump. Anzi: in più occasioni ha preso le distanze da alcune sue uscite “bizzarre”. Il punto è un altro: evitare che le due sponde dell’Atlantico si allontanino ulteriormente. Perché se si spezza il legame tra Europa e Stati Uniti, si indebolisce l’intero Occidente.

Meloni oggi ha una credibilità forte anche in Europa. Da dove dovrebbe partire per rendere l’Unione davvero più efficace?

Da una presa d’atto: l’Europa, così com’è, non può reggere a lungo. Paradossalmente, sia l’aggressione russa all’Ucraina sia il ritorno di una visione americana più bilaterale hanno costretto l’Unione a guardarsi allo specchio. Il primo fronte è la difesa. Serve una politica comune molto più avanzata di quella attuale. È vero: un esercito europeo non si costruisce in una notte. Ma il fatto stesso che perfino la Germania abbia capito la necessità di rafforzare la propria capacità militare mostra quanto il quadro sia cambiato.

Il secondo fronte è la semplificazione. L’Europa deve diventare meno burocratica, meno invasiva su questioni marginali, meno pesante per imprese e cittadini. Troppe volte ha dato l’impressione di occuparsi di dettagli irrilevanti, trascurando i grandi dossier strategici.

In sintesi, l’Unione deve fare due cose: essere più snella al proprio interno e più autorevole all’esterno. Perché in un mondo in cui agiscono Stati Uniti, Cina, Russia e domani India, l’Europa può contare solo se diventa un soggetto politico vero.

Matteo Salvini ha paragonato la rottura tra Lega e Roberto Vannacci alla sua con Silvio Berlusconi. È un parallelo corretto?

No, è un paragone che non esiste. Salvini, a volte, si abbandona ad analisi “fin troppo approfondite” (sorride, ndr). Io non lasciai il PDL: fui dichiarato incompatibile da Berlusconi, con un comunicato. La storia è nota. È una vicenda completamente diversa. Credo che lo stesso Salvini se ne sia reso conto.

Lei, in alcune recenti interviste ha affermato di non sottovalutare Vannacci. Perché?

Perché fingere che non esista sarebbe un errore. Ha costruito una presenza politica e ha raccolto un consenso rilevante. Detto questo, sarebbe ingenuo pensare che quelle preferenze siano tutte voti aggiuntivi: una parte consistente viene certamente da elettori già vicini alla Lega.

La questione vera è un’altra: bisogna portarlo alla chiarezza. Se dice di voler dialogare con il centrodestra, allora deve dire fino in fondo che cosa pensa sui dossier decisivi. Per esempio: continuare a sostenere che si debbano fermare gli aiuti all’Ucraina non è una posizione compatibile con quella del centrodestra di governo; è una posizione che oggettivamente favorisce Putin. Come sempre, bisogna andare oltre la propaganda e attendere i fatti».

Lei voterà sì al referendum sulla giustizia. Perché?

Perché la considero una riforma necessaria. E trovo francamente preoccupanti i toni usati in questa campagna: sentire autorevoli magistrati evocare mafiosi e corrotti come elettori del sì significa spostare il dibattito dalla sostanza alla propaganda. È vero che, a tratti, anche il centrodestra ha replicato con la stessa asprezza: per questo il richiamo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a riportare il confronto sul merito del quesito, e non sulla polemica politica, è stato opportuno e condivisibile. Il punto, infatti, va chiarito: non stiamo parlando di una rivoluzione della giustizia, ma di una riforma dell’ordinamento della magistratura. La Costituzione parla di potere legislativo, di potere esecutivo e di ordine giudiziario: non è un dettaglio, perché significa che ai magistrati spetta il compito di far rispettare la legge, non di interpretarle. Anche il nodo dei due Consigli superiori della magistratura e del sorteggio viene spesso deformato: non è un attacco all’autonomia della magistratura, ma un tentativo di limitare quella logica correntizia che ha finito per pesare troppo nelle nomine e negli equilibri interni. Proprio per questo la riforma andrebbe giudicata nel merito, non usata come arma contro il governo o in sua difesa. Il governo non cade in base all’esito del referendum, lo ha riconosciuto anche la segretaria del Pd in una recente intervista. Si voti, dunque, sul quesito, non per fare propaganda politica.

Sciogliere Alleanza Nazionale, col senno di poi, è stato un errore?

Sì, col senno di poi considero quella scelta un errore che non perdono a me stesso. In quel momento ritenevo che il bipolarismo fosse ormai un approdo irreversibile e che potesse consolidarsi ulteriormente attraverso la costruzione di un grande polo liberal-democratico e conservatore, il PDL, capace di stare stabilmente accanto al Partito Democratico nel nuovo assetto politico. Quel disegno, però, non si è realizzato nei termini in cui era stato immaginato. E proprio per questo, guardando oggi a quella stagione con il distacco che il tempo consente, credo che lo scioglimento di Alleanza Nazionale non abbia prodotto gli effetti politici che ci si attendeva.

Lei ha attraversato una lunga vicenda giudiziaria, accompagnata anche da una forte esposizione mediatica. Quale intervento ritiene oggi più urgente per rendere la giustizia davvero più equa ed efficace?

È una vicenda che, per fortuna, si avvia alla conclusione. In primo grado sono stato assolto da gran parte delle accuse e condannato unicamente per aver autorizzato, ormai molti anni fa, la vendita di quell’appartamento. Confido che l’appello possa fare piena chiarezza anche su questo punto. Detto ciò, se c’è una correzione davvero non più rinviabile, riguarda i tempi della giustizia. Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe avere a cuore, prima di tutto, la capacità della giustizia di arrivare in tempi certi a una decisione. È una questione antica e complessa, che richiede più risorse, organici adeguati, norme più chiare e, forse, anche una più diffusa cultura giuridica. In fondo, ciò che i cittadini chiedono è molto semplice: una “giustizia giusta”, capace di accertare in tempi ragionevoli chi è innocente e chi è colpevole.

Come si evita che un’indagine si trasformi subito in condanna pubblica?

Quando una persona nota finisce sotto indagine, è inevitabile che diventi oggetto dell’attenzione pubblica. Ma troppo spesso la condanna o l’assoluzione vengono anticipate dal circuito mediatico. L’informazione dovrebbe riferire i fatti, anche commentarli, ma non trasformarli in una crociata giustizialista o, al contrario, in un garantismo assoluto e acritico. A tal proposito vorrei aggiungere un concetto che considero decisivo.

Prego…

È falso dire che la destra sia contro i magistrati. La destra repubblicana ha sempre difeso la legalità, il ruolo dello Stato, il diritto dei cittadini a vivere in una società libera e sicura. Il problema non sono i magistrati in quanto tali, ma quei pochi che travalicano il loro ruolo costituzionale. E questo non cancella, anzi conferma, la gratitudine che il Paese deve alla magistratura per il tributo di sangue pagato nella lotta al terrorismo e alla mafia.

Un’ultima domanda: ha mai pensato davvero al Quirinale come approdo politico?

No, non credo di essere un mitomane. Ho piena consapevolezza della realtà. Sono orgoglioso di ciò che ho fatto, consapevole degli errori commessi e, come direbbero i latini, de hoc satis. Se oggi posso ancora offrire qualche idea o qualche spunto utile alla destra e, più in generale, al Paese, ne sono felice.

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