Europee/Investimenti green, Daniele Borghi: “Uno strumento che tutti dovrebbero conoscere”

ESG, parla un consulente finanziario ed esperto di investimenti sostenibili

A pochi mesi dalle elezioni europee del 2024 gli investimenti green restano uno strumento misterioso per molti anche se potranno giocare un ruolo importante nel futuro dell’Unione Europea. Daniele Borghi, consulente finanziario dal 1991 ed esperto di investimenti sostenibili spiega cosa sono gli investimenti green e l’attenzione dell’Europa a riguardo.

 Cosa sono gli investimenti green?

Gli investimenti che vengono sinteticamente definiti green hanno un nome preciso che li individua. Questo nome è un acronimo: ESG.
E sta per enviromental, S per social e G per governance.
Questi sono i tre elementi presi in considerazione per dare una valutazione ESG ad ogni realtà che emette azioni, obbligazioni e agli strumenti finanziari di investimento collettivo che le gestiscono. Esistono agenzie di rating ESG che danno valutazioni su ogni emittente. Le più note sono MSCI, Morningstar, Sustainalitic e Refinitiv, ma molte società di investimento si sono attrezzate o si stanno attrezzando per avere al loro interno una struttura capace di fornire rating ESG. Sintetizzando si può dire che gli elementi principali presi in esame da tali agenzie sono.
Per ciò che riguarda “Enviromental” (Ambiente):
1. Cambiamento climatico ed emissioni di gas serra 2. Uso e/o riuso delle materie prime, a partire dall’acqua 3. Rifiuti e inquinamento 4. Deforestazione
Per ciò che riguarda “Social”(Impatto sociale):
1. Condizioni di lavoro, comprese le tematiche relative alla schiavitù moderna e al lavoro minorile
2. Reazioni con le comunità locali 3. Salute e sicurezza sul lavoro
Per ciò che riguarda la “Governance” (Regole e processi con cui una realtà economica è gestita):
1. Politiche di remunerazione 2. Indipendenza dei consigli di amministrazione 3. Diversità etnica e di genere 4. Corruzione 5. Fiscalità
Questo elenco (a cui si aggiungono direttive e approfondimenti dell’ONU e della Unione europea) sta a dimostrare che il verificarsi del fenomeno del green washing, quella deplorevole pratica con cui le aziende sia autodichiarano “green”, è una ipotesi molto remota.

Ad oggi come si può gestire questa pratica e quali sono i vantaggi?

Accedere a questo tipo di investimenti (che possono essere sia di tipo azionario sia obbligazionario) è molto semplice. Come in tutti gli altri tipi di investimento, le alternative sono  due: “il fai da te” o la consulenza finanziaria.
Attraverso piattaforme dedicate è senz’altro possibile individuare emittenti con un’alta classificazione ESG e quindi acquistare e gestire titoli in prima persona. Agendo con il “fai da te”, se non si è in possesso di un grande patrimonio, il limite principale risiede nella scarsa diversificazione dei titoli in portafoglio. Questa problematica si presenta in qualsiasi forma di investimento, ma in questo particolare ambito, che richiede monitoraggio continuo e competenze specifiche, è possibile che esso sia più rilevante.
Operando attraverso la consulenza finanziaria ci si può avvalere di strumenti finanziari di investimento collettivo (Fondi di investimento, Sicav e Unit Linked) che lavorano esclusivamente  con titoli a forte classificazione ESG garantendo competenza e diversificazione. Questo solleva il risparmiatore dall’impegno di doversi documentare e gestire il portafoglio. Naturalmente questo servizio ha un costo che deve essere esplicitato chiaramente all’investitore in modo che possa valutare l’opportunità di servirsene. Altro vantaggio dato dagli strumenti di investimento collettivo è dato dal fatto che ormai moltissimi di essi hanno la possibilità di essere valutati storicamente. Avendo alle spalle un’attività di anni, è possibile analizzarne l’efficienza e l’andamento rispetto al mercato di riferimento.
Nella decisione di avvalersi della consulenza finanziaria, la figura chiave è quella del consulente finanziario che si andrà a individuare. Esperienza, trasparenza nelle informazioni e competenza specifica debbono essere requisiti irrinunciabili del professionista a cui fare riferimento.

L’Europa ha delle tutele al riguardo?

Non annoierò con i numeri delle disposizioni, gli anni di emissioni e i regolamenti, quindi andrò a sintetizzare in questo modo: la regolamentazione europea sulla finanza sostenibile si è sviluppata seguendo tre indirizzi specifici. Com’era giusto e logico fare in un ambito nascente, culturalmente non consolidato, il primo e più importante approccio da parte della UE, è stato quello di darsi un sistema di classificazione comune. La “tassonomia dell’UE”, come è stata definita, è necessaria per stabilire un linguaggio comune e una definizione chiara di quali attività vengono considerate sostenibili e in quale modo.

Una seconda serie di interventi ha avuto o scopo di rafforzare l’affidabilità e la comparabilità delle informazioni. La Commissione Europea ha avviato la revisione della Direttiva sulla rendicontazione delle informazioni non finanziarie da parte delle imprese (Non Financial Reporting Directive, NFRD) e approvato il Regolamento sull’Informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (Sustainable Finance Disclosure Regulation, SFDR). Inoltre, per fornire ai risparmiatori la possibilità di investire in strumenti che contrastano il cambiamento climatico sono stati introdotti due tipologie di indici (“benchmark”) climatici.
La terza e ultima “macro attività”, si è posta l’obiettivo di fornire agli investitori informazioni complete sulle opportunità e i rischi di investimento. Questo avviene anche attraverso regole per specifici prodotti finanziari sostenibile. Uno standard comune europeo per gli emittenti di obbligazioni verdi che desiderano utilizzare la denominazione di “European Green Bonds” aumenterà la trasparenza del mercato e la comparabilità di questi prodotti finanziari.

Cosa potrebbe essere migliorato al riguardo?

La nascita e soprattutto lo sviluppo e la regolamentazione degli investimenti ESG non hanno moltissimi anni di vita. Questo, unito alla inevitabile “vaghezza” di alcune indicazioni della tassonomia, hanno portato ad alcuni squilibri nelle valutazioni delle agenzie di rating. I criteri con cui esprimono valutazioni le più note agenzie di rating “tradizionali” (ad esempio Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s, che si occupano del mero aspetto economico) sono sovrapponibili al 99%. Questo non accade per ciò che riguarda le agenzie di Rating ESG.
Lavorare su numeri è più facile e oggettivo che su concetti come impatto sociale, condizioni e sicurezza sul lavoro, welfare aziendale e molte altri aspetti che contribuiscono a formulare una valutazione ESG. E’ inevitabile che su questi ambiti specifici le valutazioni possano essere meno oggettive. Un recente studio realizzato sulle prime quattro agenzie di rating ESG, ha calcolato che i loro criteri di valutazione sono sovrapponibili al 61%, questo fa chiaramente capire come un metodo di valutazione omogeneo sia ancora lontano.

E’ possibile ragionare su un regolamento globale per questo tipo di investimenti?

Arrivare tra qualche anno ad un regolamento o, per meglio dire, ad una maggiore omogeneità in ambito di classificazione e valutazione degli investimenti ESG è senz’altro possibile e auspicabile.
Se però pensiamo che anche le agenzie di rating puramente economico non sempre forniscono gli stessi risultati, arrivare ad una perfetta sovrapposizione di criteri valutativi e conseguenti risultati appare un’utopia. E’ già molto importante che i rating ESG vengano emessi da agenzie affidabili e non soggette a pressioni esterne, se poi una attribuisce un peso specifico maggiore all’ambito enviromental ed un’altra a quello social, possiamo comunque essere soddisfatti da quello che si è riusciti a fare negli ultimi vent’anni.

Il Green New Deal  ha tenuto in considerazione questo tipo di investimenti?

L’Unione Europea ha sempre mostrato attenzione al cambiamento climatico e, più in generale, alle questioni ecologiche. Purtroppo il New Green Deal non ha aggiunto molto a quanto già era stato prodotto e reso noto. Ad eccezione di alcune precisazioni sulle modalità di operatività del Programma Invest Eu, non c’è niente di nuovo. A tale riguardo viene stabilito che il fondo InvestEU nel suo insieme assumerà come obiettivo che almeno il 30% degli investimenti contribuisca agli obiettivi in materia di clima. Vista la centralità e la rilevanza del tema mi sarei aspettato qualche passo in avanti. Affiancare disposizioni economiche alle dichiarazioni di principio non avrebbe certamente fatto male. Le idee da mettere in campo potevano essere molte e per partorirle non  occorreva essere dei geni. La disposizione più facilmente praticabile avrebbe potuto riguardare una fiscalità agevolata per tutte le attività finanziarie e industriali certificate ESG. Per dare una spinta a questi investimenti si potevano mettere in campo agevolazioni elementari.
Una riduzione della tassazione sulle plusvalenze, la possibilità di non inserire le attività ESG nella dichiarazione ISEE e l’esclusione dal patrimonio in successione avrebbero sicuramente attratto l’attenzione dei risparmiatori.
Dedicando queste misure soltanto ai piccoli risparmiatori, come è stato fatto ad esempio per il BTP Valore, oltre a generare importanti flussi finanziari verso queste attività avrebbe dato ampio risalto allo loro esistenza e affidabilità. Quest’ultimo aspetto, vista la scarsa diffusione di questi temi, sarebbe probabilmente stato quello più importante perché avrebbe avvicinato a questi investimenti una grande massa di persone che, ad oggi, non ne hanno la minima conoscenza.

 

Francesco Fatone-Giornalista

 

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