Rafforzare la filiera della difesa e della sicurezza, lanciando un aggregatore industriale quotato per investire in equity nelle imprese nazionali e renderle più resilienti. È la missione di Fondazione Praexidia, come ci ha spiegato Pierluigi Paracchi, Presidente della Fondazione e amministratore delegato di Genenta Scienc. L’obiettivo è generare valore, aggregare e far crescere in borsa le aziende italiane dei settori strategici.
Presidente, la Fondazione Praexidia si presenta come un presidio per il tessuto produttivo nazionale, in particolare per le Pmi strategiche. In che modo immaginate di intercettare le esigenze di queste imprese e tradurle in strumenti di sostegno concreti?
Nel settore della sicurezza e della difesa, ovvero in tutti i settori strategici, ci sono imprese di medie e piccole dimensioni che sono alle prese una consistente pressione alla crescita magari condita da tematiche di passaggio generazionale o con limiti nella capacità di crescita e di investimento. Il grossi prime nel settore spingono sull’aumento delle produzioni visto l’aumento della spesa pubblica e le necessità strategiche. I prime però hanno spalle larghe, hanno i mezzi e gli strumenti finanziari per farlo. La pressione si riverbera anche su tutta la supply chain composta dalle medie e piccole società che non sempre sono in grado con la forza interna a reggere la pressione. Queste imprese diventano target di investitori e imprese con maggiori capacità finanziarie.
E questo cosa comporta?
Come abbiamo analizzato in un poderoso lavoro sull’azione del private equity in Italia, al momento dell’uscita degli operatori finanziari, il 65% degli acquirenti è estero. Il rischio è perdere progressivamente interi settori strategici, perdere tecnologa, cedere know-how, occupazione e competitività. Ma su tutti, perdere valore. Chi compra qui fa affari. Praexidia ha uno schema di azione in linea con il Golden Power, quindi possiamo intervenire meglio, più velocemente e con più efficienza di qualsiasi altro attore o partner. Ciò conservando e ammentando la creazione di valore.
L’accesso al credito è sicuramente uno dei principali problemi del settore della Difesa. In che modo voi agirete per facilitare il reperimento di capitale?
Noi agiremo direttamente lanciando a breve un aggregatore industriale quotato, che si occuperà di industrie strategiche, penderà partecipazioni in società della filiera andando a investire in equity. Facendo, quindi, investimenti innanzitutto nel capitale delle imprese.
Com’è strutturata la governance di Fondazione Praexidia?
Praexidia ha già un Comitato Nomine con tre persone: Giuseppe Orsi, già amministratore delegato di Finmeccanica-Leonardo e AgustaWestland, Gianni Letta, che è stato quattro volte sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e il sottoscritto. Inoltre, il network della Fondazione è di tutto rispetto, dal momento che all’interno del Consiglio di Amministrazione abbiamo ex capi di Stato maggiore, i generali Luca Goretti e Leonardo Tricarico, abbiamo Giovanni Bozzetti, che è stato consigliere del Ministro della Difesa, Alessandro Aresu, uno dei più grandi esperti italiani di tecnologia applicata alla strategia, alla politica e già consigliere della Presidenza del Consiglio con Mario Draghi, Alvise Biffi, Presidente di Assolombarda e Giacomo Paracchi, partner dello studio legale Lexia. Tutte queste personalità ci permettono di avere un accesso veloce e privilegiato alle realtà italiane più sofisticate e interessanti, oltre a mettere a servizio la loro capacità di valutazione sulle tecnologie e le capacità e qualità produttive generando crescita a ritmi maggiori.
La Fondazione si rivolgerà anche al lato istituzionale?
La nostra è una Fondazione privata, il cui obiettivo è sponsorizzare un aggregatore di imprese strategiche. Le agenzie di investimento governative non sono nei nostri obiettivi di interesse al momento.
La Fonazione ha di recente pubblicato una ricerca che fotografa un quarto di secolo di acquisizioni da parte di operatori esteri. Qual è la sua lettura di questo fenomeno e quali effetti sta avendo sul tessuto industriale italiano?
Si pubblicizza spesso, anche correttamente, la straordinaria capacità di investimento dei fondi private equity, che ben vengano. Però nessuno, finora, era mai andato a verificare quello che succede dopo che il private equity esce. Il dato che emerge è molto interessante. Quello che succede è che, gli investitori di private equity sono strutturati per individuare compratori in una finestra di tempo contenuta, pochi anni. E chi sono i compratori al momento dell’uscita? Per quanto riguarda l’Italia, due volte su tre si tratta di acquirenti esteri. Questo di per sé non è negativo, perché se una buona realtà italiana continua a crescere ed entra a far parte di un grande gruppo internazionale è un aspetto positivo. Però quando arrivi ai settori strategici, alla Difesa, una considerazione in più è necessaria. Quando si arriva al Sancta Sanctorum dei settori della sicurezza, una strategia di approccio differente è necessaria. In questo c’è sicuramente lo strumento del Golden Power, che però è un veto: non vendere o vendere a condizioni. Noi vogliamo essere una soluzione ulteriore per intervenite in queste realtà e farle rimanere nell’alveo nazionale per trattenere e aumentare il valore, aggregare e competere. Questa è la nostra proposta. Con un vantaggio, perché siamo strutturati per essere Golden Power compliant. Siamo, quindi, in grado di fare acquisizioni velocemente, e di conseguenza diventiamo credibili per gli investitori nel compiere la missione generando ritorni, capitalizziamo, aggreghiamo, cresciamo in borsa.
La Fondazione mira anche a rafforzare le realtà italiane anche sul mercato interazionale. Voi mirate anche ad acquisizioni in questo senso?
Assolutamente sì. Il primo passo è aggregare imprese italiane facendo economie di scala, accedendo ai capitali come il fondo Safe. Però l’ambizione è aggregare anche imprese.




