Carlo Ginzburg, i benandanti e la microanalisi storica

Dai processi ai benandanti custoditi nella Curia di Udine al mugnaio Menocchio ritrovato tra le carte veneziane, il metodo di Carlo Ginzburg ha trasformato le voci marginali in chiavi d’accesso allo studio della Storia

Fra gli studiosi italiani del Novecento che hanno maggiormente influenzato la storiografia internazionale Carlo Ginzburg occupa un posto di assoluto rilievo. Nato a Torino nel 1939, era figlio della scrittrice Natalia Levi in Ginzburg (1916-1991), futura scrittrice e parlamentare, e dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg (1909-1944), di origini ebraiche russo-ucraine. Leone fu protagonista della cultura italiana degli anni Trenta e fu un membro attivo di Giustizia e Libertà. Per questo venne prima confinato e poi arrestato negli anni del regime, venendo liberato solo nel 1943 alla caduta del fascismo. Da subito partecipò attivamente alla Resistenza romana, ma fu di nuovo arrestato e morì a Roma sotto tortura nel carcere di Regina Coeli.

Carlo Ginzburg purtroppo ci ha lasciati nello scorso mese di giugno. Studioso di valore, ha sviluppato un metodo di ricerca originale che ha rivoluzionato il modo di fare storia. Anziché concentrarsi esclusivamente sui grandi eventi politici, sulle istituzioni o sui protagonisti più celebri egli ha rivolto la propria attenzione agli individui comuni, ai contadini, agli artigiani ed alle classi subalterne ricostruendone le vicende attraverso una lettura minuziosa delle fonti d’archivio, anche attraverso l’ analisi di documenti considerati minor come i diari e le autobiografie. Da questa prospettiva è nata la cosiddetta microstoria, corrente della quale è considerato uno dei pionieri assieme ad Edoardo Grendi, Giovanni Levi e Simona Cerutti, introducendo il concetto di “microanalisi storica” ed applicando metodi dell’antropologia economica e sociale per studiare comunità e famiglie in contesti specifici (Treccani). I tre furono, insieme, anche condirettori della collana Microstorie di Einaudi ( 1985 – 1990).

La scomparsa del professor Ginzburg per me è stata un dispiacere personale anche vista la considerazione che gli portavo. Lo avevo conosciuto di persona e lo avevo incontrato in varie occasioni, scoprendo molti interessi in comune. Ricordo in particolare la sua appassionante testimonianza ad un convegno sul metodo storico organizzato da “Grande come una città”, una nota associazione politica e culturale romana, tenutosi presso il liceo scientifico Nomentano di Roma e coordinato dal prof. Christian Raimo.

Un giovanissimo Carlo Ginzburg, nei primi anni sessanta, ha conosciuto bene il Nordest svolgendo ricerche molto approfondite negli archivi del Friuli e del Veneto, in particolare presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Udine (che è la mia città di origine) e quindi all’Archivio di Stato di Venezia. Qui Ginzburg trascorse lunghi periodi consultando migliaia di pagine di processi inquisitoriali, verbali di interrogatori, testimonianze e documenti giudiziari. Si trattava di materiali spesso trascurati dalla storiografia tradizionale, ma ricchissimi di informazioni sulla mentalità popolare e sulle credenze religiose degli irregolari e degli eretici.

La scoperta dei Benandanti

Nei documenti conservati a Udine lo storico scoprì una sorprendente serie di processi riguardanti i cosiddetti Benandanti, Benandants in lingua friulana e detti, in antico, anche Vagabondi. Si trattava di uomini e donne nati con la camicia, cioè con il sacco amniotico; secondo la credenza popolare questa seconda pelle avrebbe donato loro capacità magiche e una protezione arcana contro le streghe e le forze invisibili della Natura. Per questo le madri e le levatrici conservavano un frammento della loro “camicia” di nascita e ne ricavavano un medaglione che, una volta benedetto, ne avrebbe custodito i poteri magici finché l’avessero tenuto addosso. L’ amuleto doveva essere conservato, perché se fosse andato perduto i benandanti avrebbero perso anche le loro particolari capacità. Da queste ricerche nacque nel 1966 I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, opera pubblicata da Einaudi e destinata a diventare un classico della storiografia contemporanea

Tutto inizia nel lontano 1575 dallo stupore di un parroco, don Bartolomeo Sgabarizza, che non era friulano e non conosceva queste tradizioni popolari. Sgabarizza iniziò a indagare sulle affermazioni fatte da Paolo Gasparotto di Giassico, un paese vicino a Cormons, il quale aveva dato un amuleto ad un mugnaio di Brazzano, tale Pietro Rotaro, per guarirne il figlio che era affetto da una malattia sconosciuta. Gasparotto spiegò al parroco che il malato era “stato posseduto dalle streghe” e che era stato salvato da morte certa dai Benandanti. Il Gasparotto, proclamatosi Benandante, raccontò al prete che “il giovedì durante le Quattro Tempora dell’anno essi erano costretti ad andare con queste streghe in molti luoghi, come Cormons, davanti alla chiesa di Giassìcco, e persino nella campagna intorno a Verona”, dove “combattevano, giocavano, saltavano e cavalcavano vari animali”, oltre a prendere parte a un’attività durante la quale “le donne picchiavano gli uomini che erano con loro con steli di sorgo, mentre gli uomini avevano solo mazzi di finocchio”.

Preoccupato di questa diffusa stregoneria don Sgabarizza il 21 marzo 1575 ne parlò al vicario generale del patriarcato, monsignor Giacomo Maracco e all’inquisitore Fra’ Giulio Columberto d’Assisi a Cividale, per capire come procedere. Portò con sé Gasparotto che prontamente fornì maggiori informazioni all’inquisitore, raccontando che dopo aver preso parte ai loro giochi, “le streghe, gli stregoni e i vagabondi” passavano davanti alle case delle persone, alla ricerca di “acqua pulita e limpida” che poi avrebbero bevuto. Secondo Gasparotto, se le streghe non riuscivano a trovare acqua pulita da bere, “andavano nelle cantine e rovesciavano tutto il vino”.

Alla fine, Sgabarizza e l’inquisitore decisero di chiudere l’indagine senza procedere ritenendo, secondo Ginzburg, queste storie di voli notturni e battaglie contro le streghe “racconti inverosimili e nient’altro”. Alcuni anni dopo, nel 1580, questa prima indagine fu riaperta dall’inquisitore Fra’ Felice Passeri che interrogò non solo Gasparotto ma anche una serie di altri Benandanti e medium locali, condannandone infine alcuni per eresia.

Va detto che i benandanti sono l’unico caso molto ben documentato di credenze e pratiche magico-religiose popolari nella storia europea del Medioevo e dell’Età moderna e che la ricostruzione di Ginzburg attribuisce loro un’importanza ed un significato che vanno ben oltre la semplice cronaca dei processi. Secondo le loro testimonianze, infatti, nelle quattro tempora dell’anno il loro spirito lasciava il corpo durante il sonno per affrontare, armato di mazzi di finocchio, le streghe e gli stregoni (detti Malandanti) che combattevano invece con canne di sorgo. Essi affermavano quindi di essere stati chiamati a difendere la comunità rurale, affrontando durante quelle particolari notti le forze del male in una sorta di battaglia rituale. Dall’esito di questi scontri dipendevano la fertilità dei campi, l’abbondanza dei raccolti e, di conseguenza, il benessere dell’intera comunità contadina.

Attraverso un’analisi rigorosa dei verbali inquisitoriali Ginzburg dimostra come i benandanti non si considerassero affatto streghe e stregoni. Ciononostante il potere giudiziario e religioso, nel periodo che va dal 1570 al 1670 e cioè in meno di un secolo, si impadronì di una cultura antichissima e gli inquisitori finirono per reinterpretare queste credenze secondo gli schemi della demonologia ufficiale, riconducendolo entro la categoria della stregoneria e portando gli stessi benandanti ad assumere i tratti dei loro antagonisti. Da un certo momento in poi, infatti, gli interrogati dichiararono addirittura di aver partecipato al sabba.

Per Ginzburg queste testimonianze conservavano le tracce di antichissimi culti della fertilità, sopravvissuti nelle campagne friulane sotto forme profondamente trasformate. Lo storico avanzò l’ipotesi che i benandanti rappresentassero i residui di un patrimonio religioso precristiano, che come abbiamo detto fu successivamente reinterpretato dall’Inquisizione secondo le categorie della stregoneria. Tale prospettiva sarebbe stata ulteriormente da lui sviluppata nel suo successivo saggio Storia notturna (Einaudi, 1989), dove egli mise in relazione le esperienze dei benandanti con altre tradizioni europee di viaggi estatici, processioni dei morti e figure mitiche diffuse in vaste aree del continente.

Tale interpretazione suscitò un vivace dibattito storico e metodologico internazionale. Lo storico inglese Norman Cohn (1915-2007) nel suo celebre libro Europe’s Inner Demons. An Enquiry Inspired by the Great Witch-Hunt (1975), contestò l’idea che dietro i processi di stregoneria fosse possibile riconoscere la sopravvivenza e la continuità di antichi culti pagani strutturati. Per lui le fonti non dimostravano affatto che i benandanti fossero la sopravvivenza di un antico culto della fertilità, perchè le confessioni raccolte dagli inquisitori erano il prodotto dell’interazione tra gli imputati e gli schemi culturali della demonologia cristiana; di conseguenza, esse non potevano essere utilizzate come prova dell’esistenza di religioni precristiane sopravvissute fino all’età moderna. A suo giudizio, le analogie individuate da Ginzburg tra tradizioni molto lontane nel tempo e nello spazio risultavano suggestive, ma non sufficientemente dimostrate sul piano documentario.

Ginzburg precisò di non aver mai sostenuto l’esistenza di un culto pagano unitario e ininterrotto. La sua ipotesi riguardava piuttosto la sopravvivenza frammentaria di motivi mitici, rituali e simbolici appartenenti a un antichissimo patrimonio culturale europeo, riaffiorati in contesti diversi e trasformati nel corso dei secoli. Il confronto con Cohn contribuì così a chiarire uno degli aspetti centrali del metodo di Ginzburg: la necessità di coniugare l’analisi rigorosa delle fonti archivistiche con gli strumenti della storia comparata, dell’antropologia e della storia delle religioni.

Il dibattito rimane tuttora aperto e rappresenta uno dei passaggi più fecondi della riflessione storiografica sulla stregoneria europea.
Per primo va ricordato il rumeno Mircea Eliade (1907-1986), professore universitario a Chicago e storico delle religioni, il quale concordò con Ginzburg descrivendo i Benandanti come “un culto segreto popolare e arcaico della fertilità”.

Molti studiosi hanno riconosciuto il valore innovativo della ricerca di Ginzburg, soprattutto per il metodo di lettura delle fonti inquisitoriali e per il contributo alla microstoria. Tuttavia, diversi storici, tra cui anche il prof. Ronald Hutton (1953) studioso di sciamanesimo, stregoneria e grande esperto del paganesimo britannico, hanno condiviso la prudenza di Cohn riguardo all’ipotesi della continuità con culti pagani precristiani, ritenendo che le prove disponibili non siano conclusive.

Menocchio, mugnaio eretico

Le ricerche veneziane portarono invece Ginzburg a un’altra scoperta importantissima. Nell’Archivio di Stato di Venezia rinvenne la documentazione del processo inquisitoriale contro Domenico Scandella detto Menocchio, un mugnaio friulano di Montereale Valcellina vissuto nel Cinquecento (1532-1599 circa). Menocchio era una figura straordinaria: un uomo di umili origini ma dotato di una certa cultura e di grande curiosità intellettuale, che aveva letto numerosi libri in volgare e aveva elaborato una personale concezione dell’universo.
Nel 1976 Ginzburg pubblicò Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento, probabilmente la sua opera più nota anche al grande pubblico. Il titolo richiama la celebre immagine con cui Menocchio descriveva la nascita del mondo: all’inizio esisteva solo un caos formato dai quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco), che si condensò come il latte quando diventa formaggio. Da questa massa nacquero dei vermi, trasformatisi negli angeli e perfino in Dio, che quindi non era il creatore assoluto ma parte della stessa natura. Questa cosmologia, giudicata eretica dall’Inquisizione, era il risultato di una straordinaria fusione fra letture, tradizioni orali, esperienze personali e riflessioni autonome.

Menocchio era un contadino che sapeva leggere, scrivere e far di conto, il quale aveva ricoperto anche incarichi pubblici nel suo paese. Nel 1583 fu denunciato al Sant’Uffizio per eresia e arrestato nel 1584. Durante il primo processo spiegò la sua particolare concezione della creazione del mondo, già sopra descritta, sostenendo che Gesù fosse un uomo di grande dignità, ma non diverso nella sostanza dagli altri uomini, e mettendo in dubbio la verginità di Maria. Criticava la ricchezza della Chiesa, il potere del papa e l’uso del latino, che impediva ai poveri di comprendere la religione. Riteneva che la vera fede consistesse nell’amare Dio e il prossimo e che tutte le religioni potessero condurre alla salvezza.

Respingeva quasi tutti i sacramenti, considerandoli invenzioni degli uomini, mentre accettava solo l’eucaristia, pur interpretandola in modo diverso dalla Chiesa. Pensava inoltre che la Bibbia fosse stata modificata dagli uomini e che le immagini e le reliquie dei santi non dovessero essere venerate. Le sue idee derivavano sia dalle riflessioni personali sia dalla lettura di opere come il Fioretto della Bibbia, il Supplementum delle cronache e i Viaggi di Mandeville. Da questi testi trasse anche una concezione della tolleranza religiosa, secondo cui nessun popolo può affermare che la propria fede sia l’unica vera.

Sul tema dell’anima espresse idee spesso contraddittorie: talvolta sosteneva che morisse insieme al corpo, altre volte distingueva tra anima e spirito, ritenendo immortale solo quest’ultimo. Immaginava il paradiso come un luogo di gioia e serenità, mentre negava la resurrezione dei morti.

Nel maggio 1584 fu dichiarato eretico, costretto ad abiurare e condannato al carcere a vita. Dopo quasi due anni, grazie al suo pentimento e alle difficili condizioni della sua famiglia, ottenne la liberazione, ma fu obbligato a indossare l’abito degli eretici.

Nonostante la condanna, continuò a diffondere le sue idee. Per questo quindici anni dopo, nel 1599, fu nuovamente arrestato e processato. Dichiarato eretico relapso (recidivo) fu condannato a morte dall’Inquisizione. L’esecuzione avvenne probabilmente tra la fine del 1599 e l’inizio del 1600, ponendo fine alla vicenda di uno dei casi più celebri di eresia nell’Italia del Cinquecento.

L’importanza del libro non consiste soltanto nella ricostruzione della biografia di un singolo individuo o nelle originali convinzioni di un eretico. Attraverso Menocchio, Ginzburg riesce infatti a mettere in luce il rapporto complesso fra cultura popolare e cultura dotta, mostrando come le idee circolassero ben oltre gli ambienti colti. Il mugnaio friulano diventa così il punto di osservazione privilegiato per comprendere le trasformazioni culturali dell’Europa della Controriforma. Una vicenda apparentemente marginale si rivela capace di illuminare fenomeni storici di portata generale.

La memoria del mugnaio è sopravvissuta nella cultura locale, e dal 1989 a Montereale Valcellina esiste un Circolo Menocchio nato come emanazione autonoma della locale biblioteca civica che è molto attivo nella ricerca culturale, curando tutta una serie di progetti. Tra questi, come ricorda il sito, vanno citati Attorno a Menocchio, Diverse culture, Tra archeologia e storia, Poesia, Con diverse lingue, Faccio coriandoli col computer (razionalità e fantasia), Illustrazione per ragazzi, Università della Prima Età. Facoltà del libero perché, Libro condiviso: né al rogo né al macero ‘in viaggio’ (1999) e di conseguenza, poco dopo Biblioteca in osteria, Prendo uno lascio uno… Dal Circolo hanno preso avvio anche alcune collane editoriali collegate ai progetti e realizzate quasi tutte in collaborazione con altri.

Dopo Menocchio, Ginzburg ampliò ulteriormente il proprio campo di ricerca. In Storia notturna. Una decifrazione del sabba (1989) affrontò uno dei temi più controversi della storia europea: le credenze legate al sabba delle streghe. Lo storico parte dall’idea che dietro le confessioni estorte dagli inquisitori non vi fosse soltanto un’invenzione della repressione religiosa, ma anche il riflesso deformato di tradizioni molto più antiche, osservando che il compito dello storico consiste nel riconoscere “la sopravvivenza di forme simboliche antichissime sotto documentazioni apparentemente eterogenee”.

Attraverso un’impressionante comparazione di fonti provenienti da tutta Europa e perfino da altre aree del mondo, Ginzburg individua sorprendenti analogie fra racconti di viaggi estatici, culti della fertilità, miti sciamanici e pratiche rituali. La sua ipotesi è che molti elementi attribuiti alle streghe derivino da un antico patrimonio culturale eurasiatico, sopravvissuto per secoli nelle tradizioni popolari e successivamente reinterpretato dall’Inquisizione in chiave demonologica. Pur suscitando un intenso dibattito fra gli studiosi, Storia notturna rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi di coniugare storia, antropologia, storia delle religioni e comparazione culturale. Anche in quest’opera emerge una caratteristica fondamentale del metodo di Ginzburg: la capacità di partire da un dettaglio per risalire a problemi storici di vastissima portata.

Questa attenzione ai particolari costituisce il cuore della microstoria. Abbiamo detto che con tale termine si indica un approccio storiografico che concentra l’analisi su una scala ridotta, una persona, una famiglia, una comunità, un villaggio, un processo giudiziario, nella convinzione che proprio l’osservazione ravvicinata permetta di comprendere meglio i grandi fenomeni storici. Il prefisso “micro” non indica dunque un interesse per fatti poco importanti, bensì una diversa prospettiva di osservazione. Come un microscopio rende visibili dettagli invisibili a occhio nudo, così la microstoria mette in evidenza meccanismi sociali, culturali e politici che rischierebbero di scomparire nelle grandi sintesi.

Ginzburg ha spesso definito il lavoro dello storico come un’attività simile a quella del detective. Nel celebre saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario (1979) egli sostiene che lo storico deve interpretare tracce minime, indizi apparentemente secondari, dettagli marginali dai quali ricostruire realtà molto più ampie. L’analisi di un singolo documento può quindi aprire prospettive inattese sulla società nel suo complesso.

La microstoria italiana si sviluppò negli anni Settanta grazie anche al contributo di altri importanti studiosi. Giovanni Levi approfondì il rapporto fra individui e strutture sociali, mostrando come le scelte personali si intreccino continuamente con i vincoli economici e istituzionali. Edoardo Grendi mise in evidenza l’importanza dell’eccezionalità documentaria e delle reti sociali locali. Simona Cerutti ha applicato il metodo microstorico allo studio della cittadinanza, del lavoro e delle identità sociali nell’età moderna, mentre storici come Carlo Poni hanno contribuito a svilupparne gli strumenti metodologici.

L’influenza della microstoria ha superato rapidamente i confini italiani. Negli Stati Uniti Natalie Zemon Davis (1928-2023) ha ricostruito vicende individuali di straordinaria ricchezza narrativa, come nel celebre Il ritorno di Martin Guerre, mostrando come una singola storia possa illuminare un’intera società. Anche Robert Darnton (1939) ha esplorato la cultura popolare della Francia del Settecento attraverso episodi circoscritti ma altamente significativi, come Il grande massacro dei gatti, mentre Emmanuel Le Roy Ladurie (1929-2023), pur provenendo dalla tradizione francese, ha realizzato con Montaillou una ricerca che, per scala e metodo, presenta molte affinità con la sensibilità microstorica.

Proprio il confronto con la scuola francese degli Annales consente di comprendere meglio l’originalità dell’impostazione di Ginzburg. Gli storici degli Annales, fondati da Marc Bloch (1886-1944) e Lucien Febvre (1878-1956) e successivamente rappresentati soprattutto da Fernand Braudel (1902-1985) , rivoluzionarono la disciplina privilegiando lo studio delle strutture economiche, sociali e geografiche di lunga durata. L’interesse principale era rivolto ai grandi processi collettivi, alle permanenze storiche, ai movimenti demografici, ai sistemi economici e alle trasformazioni che si sviluppavano nell’arco di secoli.

La microstoria non rifiuta questa prospettiva, ma ne mette in evidenza alcuni limiti. Secondo Ginzburg, le grandi strutture rischiano infatti di rendere invisibili gli individui concreti e le loro esperienze. Riducendo la scala dell’osservazione diventa invece possibile cogliere le contraddizioni, le eccezioni, le strategie personali e gli spazi di libertà che sfuggono alle analisi di carattere generale. L’obiettivo non è sostituire la Grande Storia con la Piccola Storia, bensì integrare i due livelli di analisi. Il caso individuale diventa così una lente attraverso la quale osservare fenomeni universali.

L’eredità di Carlo Ginzburg consiste proprio in questa lezione metodologica. Attraverso la paziente esplorazione degli archivi di Udine e Venezia, egli ha dimostrato che anche le voci più deboli e dimenticate possono raccontare aspetti fondamentali del passato. I benandanti, il mugnaio Menocchio e le credenze popolari studiate in Storia notturna non rappresentano semplici curiosità erudite: sono finestre aperte sulla complessità della cultura europea. Grazie alla microstoria, Ginzburg ha insegnato che ogni documento, ogni testimonianza e ogni dettaglio possono diventare il punto di partenza per comprendere il funzionamento delle società umane. È questa capacità di trasformare il particolare in una chiave di accesso all’universale che rende la sua opera uno dei contributi più innovativi e duraturi della storiografia contemporanea.

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