Il nostro Paese è sempre più inghiottito da una cappa di populismo che ormai avvolge, salvo qualche rara eccezione, l’intero sistema politico italiano. Populismo che non si limita alle dinamiche meramente politiche, ma dopo aver contagiato anche materie delicate quali il diritto penale ed il sistema giudiziario italiano, ora si appresta a contaminare la storia. Con l’ausilio di buona parte dei mezzi di informazione. Prima di spiegare il perché di questa affermazione decisamente forte, occorre fare un piccolo passo indietro. Qualche mese fa, su queste colonne, in occasione sia della tragedia di Casal Palocco in cui morì il piccolo Manuel, sia dell’omicidio di Giulia Tramontano, scrissi un lungo articolo, in cui evidenziavo come ogni qualvolta venga commesso un delitto efferato, una violenza sessuale od un crimine particolarmente violento in grado di scuotere l’opinione pubblica, pavlovaniamente il dibattito mediatico è invaso dalla richiesta di inasprire il regime sanzionatorio, e i politici italiani seguendo i media e l’indignazione dell’opinione pubblica, cavalcano anch’essi lo sdegno popolare (anzi spesso sono proprio loro ad alimentarlo), ignorando, tuttavia, che i dati e le statistiche dimostrano chiaramente che la gravità della sanzione non genera un effetto deterrente. Ecco, dunque, che anche quest’estate, dopo la violenza sessuale di gruppo compiuta ai danni della ragazza di Palermo, sono state tantissime le “autorevoli” figure politiche che hanno chiesto il solito inasprimento delle pene, arrivando addirittura ad invocare la castrazione chimica (già presentata all’interno di un emendamento nella passata legislatura, poi ritirato) che tra l’altro sarebbe incostituzionale, dal momento in cui, come afferma il Professor Sabino Cassese “intervenire sul corpo di una persona sarebbe inumano” e, di conseguenza, contrario a quanto previsto dall’art. 27 della Costituzione. Ma se del riflesso pavloviano di aumentare pene ed introdurre reati abbiamo già parlato, costatando ormai a